Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 01: La leggenda di Re Art.


Titolo originale: The Enchanted World 01: The Fall of Camelot. 1986
Traduzione e adattamento di: Adriana Berr.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Le epiche gesta dei cavalieri della Tavola Rotonda. Dall'avvento di Re Art fino al suo declino passando attraverso tutti i protagonisti che hanno condiviso con lui un capitolo di storia tra i pi magici di tutti i tempi.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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PROLOGO.
1. ART.
2. MORGAUSE.
3. GINEVRA.
4. MORGANA.
5. LANCILLOTTO.
6. MORDRED.
7. GALVANO.
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Fine Indice.
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PROLOGO.
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Un giorno, secoli e secoli fa, tre navi dai fianchi bassi e dalla vela quadra salparono dalla rocciosa costa del Galles, sospinte da un vento orientale. Sui loro ponti, le lance dei soldati brillavano ritte, riunite in aguzze schiere. Tra le punte affilate, gli stendardi dipinti guizzavano e fluttuavano nel vento, facendo danzare nel sole leoni, leopardi, lupi e grifoni di cui erano adornati. Sulla nave di testa, un vessillo con tredici corone dorate in campo azzurro spiccava pi alto fra gli altri. Era lo stendardo di Art, re di Britannia. Le corone simboleggiavano la sua sovranit unita a quella dei dodici piccoli regni su cui il giovane monarca aveva esteso il proprio dominio, fiero di questa gloria rapidamente conquistata, Art si accingeva ora ad intraprendere un'impresa ben pi audace: invadere l'Annwfn, il regno degli Spiriti, per impossessarsi del suo magico tesoro.
L'armata al suo seguito era numerosa, ardita e forte di molte armi e non solo di queste: sulla nave di Art infatti viaggiava il bardo gallese Taliesin. I re britanni erano spesso accompagnati in guerra da bardi: poeti-cantori che componevano canzoni in versi con cui celebravano le gesta degli uomini in battaglia, accompagnandosi con uno strumento simile alla cetra. Taliesin, per, non era un semplice bardo. C'era anche un mago, un uomo capace di tramutarsi in lanterna, in aquila o in corda d'arpa. In giovent aveva ucciso alcuni draghi edera stato cantore di battaglie straordinarie, durante le quali persino gli alberi si erano sradicati e si trascinavano pesantemente sul suolo per unirsi ai soldati. I poteri del vecchio bardo, temuti persino dagli abitanti di Annwfn, garantivano il successo per la spedizione.
Il buon esito dell'impresa era favorito anche dalla presenza nell'armata di un valentissimo guerriero, chiamato da Taliesin nel suo canto Llivch Lleminawc, nome che in antico gallese significa "il predestinato", non spiegando per di quale destino tale epiteto fosse presagio.
Del resto, tutti gli eventi registrati dal bardo gallese sono avvolti nel mistero. La canzone fu tramandata a memoria da generazioni di cantori e, solo quando in seguito, diverso tempo dopo l'epoca della spedizione, i versi di Taliesin furono finalmente trascritti su carta, apparvero al tempo stesso vividi e ambigui, rivelando significati ora palesi, ora oscuri.
Ilmisterioso canto di Taliesin narra che Art fece rotta verso occidente, oltrepassando la riva del mondo. Le sue navi approdarono infine su un'isola avvolta nella nebbia, dove sorgeva una fortezza: le sue innumerevoli torri, sale e merlature di vetro trasparente risplendevano di una luce che era ora crepuscolare, ora nera come la notte. In quella strana atmosfera, i soldati oltrepassarono una sentinella che non profer parola e trovarono le meraviglie che erano venuti a cercare: una sorgente di vino che sgorgava gorgogliando dal suolo e un prezioso calderone orlato di perle; poich era un recipiente magico e straordinario, dotato di poteri primordiali, lo custodivano nove fanciulle. I suoi fianchi, rivestiti di smalto azzurro, emanavano una luce che donava agli uomini giusti l'ispirazione per comporre canti e il coraggio per combattere. Il calderone, inoltre, non potendo servire a cuocere cibo per i codardi, donava carne solo agli uomini coraggiosi.
Art e i suoi soldati rubarono il calderone e lo nascosero in un luogo sicuro nel proprio territorio. Tale impresa, per, fu portata a termine a caro prezzo; seimila guerrieri di Annwfn, infatti, difesero la fortezza di vetro e il calderone dagli invasori, laliesin non descrisse i particolari della battaglia se non per lodare il valore di Llivch Lleminawc ma rifer il suo tragico esito: pochi uomini dell'armata di Art tornarono vivi in Britannia. "Quando seguimmo Art nella sua magnifica impresa / Art di triste memoria / ad eccezione di sette uomini / nessuno fece ritorno dal regno dei perfetti / il regno che si trova sull'altura", fu il canto del bardo.
Tuttavia, quell'oltraggioso furto segn gravemente il destino di Art e del suo popolo e fu forse per questo motivo che Taliesin descrisse la spedizione in modo ambiguo e reticente e che Art, in seguito, non ne parl mai, n mai mostr il tesoro conquistato. Sfidare le forze del mondo ultraterreno e rubare una reliquia dagli antichi poteri magici era stata un 'azione tremenda e scellerata.
Taliesin probabilmente intu il pericolo e introdusse nel suo canto oscuri avvertimenti, che purtroppo Art intese troppo tardi. Il bardo rifer che in mezzo agli splendori della fortezza di vetro di Annwfn sorgeva una torre carceraria, dove, avvinto da robuste catene, era rinchiuso un re umano, i cui incessanti lamenti si udivano su tutta l'isola incantata. Il suo nome era Giveir. Aveva offeso i demoni, condannandosi cos all'eterna segregazione e attirando sul suo regno una carestia. Taliesin narr inoltre che re Swyll e suo figlio Pryderi, da lungo tempo scomparsi, erano tenuti in schiavit ad Annwfn; i due sovrani avevano governato, prima dell'avvento di Art, il regno di Ihjfed, nel Galles, che per a causa delle loro incursioni nelle terre degli Spriti, era ora afflitto da una maledizione.
Twyll e Pryderi avevano regnato in un 'epoca in cui l'umanit era molto vulnerabile agli attacchi degli Spiriti.
Art era il signore di una nuova era. Uomo dotato di straordinari poteri terreni, aveva riunito sotto il proprio dominio i regni di Britannia. neppure Art poteva per oltraggiare impunemente i demoni del mondo ultraterreno e fu cos che i principi di Annwfn vendicarono il furto del calderone magico. La loro vista era acuta, il loro braccio arrivava ovunque, le loro armi numerose e la loro pazienza infinita. Inviarono dunque  loro servitori tra i mortali. Questi, operando occultamente con fili d'ombra, formarono le crepe che, col tempo, fecero sgretolare e ridussero in polvere la fulgida gloria di re Art e condussero il suo regno alla rovina.


1. ART.

Tintagel, la fortezza del duca di Cornovaglia che sorgeva a picco sul mare, in cima a un alto promontorio di roccia d'ardesia, era davvero imponente, nessun esercito poteva violare le sue difese. Eppure, in una notte d'inverno sospesa tra un anno e l'altro, una creatura fragile, non pi grande di un ragazzo, riusc a sottrarre il tesoro del castello.
Fu un'impresa degna di un ladro consumato, un capolavoro di destrezza e pazienza. Nell'oscurit della notte, l'essere percorse rapidamente lo stretto istmo che collegava Tintagel alla costa della Cornovaglia. Avvolto in un nero mantello, era un'ombra fra le ombre, lieve come un soffio d'aria. Le sentinelle di guardia sulle merlature non si accorsero del suo arrivo, n udirono i suoi passi leggeri sulla pietra scivolosa di pioggia. Poi l'intruso si nascose nell'arco di una porta segreta sul retro del castello. Immobile, rimase in attesa fino all'alba. Dopo un po', la pioggia cess e il gelido vento notturno si quiet; sopra le torri della fortezza, le costellazioni apparvero disegnando nel cielo le loro luminose e tremolanti figure: la Corona, il Drago, l'Arciere, il Cacciatore coi suoi cani, le sette sorelle delle Pleiadi, che puntuali svanirono tutte allo spuntar del giorno.
D'improvviso, la porta segreta si spalanc: comparve una giovane donna che teneva in braccio un neonato avvolto in fasce. Senza proferire parola, lo consegn a colui che attendeva e questi, sempre in silenzio, lo accolse nelle pieghe nere del suo mantello. Quindi, volse le spalle al promontorio, si affrett silenzioso nella luce del mattino e scomparve.
Cos il piccolo Art, erede al trono di Britannia, venne sottratto alla madre e posto sotto la tutela delle arti magiche. L'essere misterioso che lo port via da Tintagel e lo tenne poi nascosto per quindici anni, era infatti Merlino, il mago indovino figlio di una donna e di una creatura ultraterrena.
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Art era venuto alla luce per volont dello stesso Merlino. Il padre del bimbo era Uther Pendragon (significa Uther "capo dei soldati", in antico gallese), sovrano del travagliato regno di Britannia, diviso da lotte intestine che mettevano uno contro l'altro i piccoli regni che lo costituivano e minacciato all'esterno da orde di Sassoni rapaci e selvaggi, provenienti dall'Europa continentale. Uther si era perdutamente innamorato di Igraine, moglie di uno dei suoi duchi, Gorlois di Cornovaglia che, per sottrarla alla sua passione, la segreg a Tintagel. Folle d'amore, Uther decise di ricorrere alla magia evocando Merlino.
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Il vecchio mago acconsent ad aiutarlo. Mentre Gorlois si recava a difendere i suoi territori orientali, con un incantesimo Merlino fece assumere al re le sembianze del duca, cos, sotto mentite spoglie, una notte Uther ebbe accesso a Tintagel e giacque con Igraine. Come ricompensa per il proprio intervento, Merlino chiese il figlio che fosse stato eventualmente concepito in quella notte d'amore. Il re accett il patto, senza dar peso a quella richiesta.
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Art, re di Britannia, nacque in una fortezza a picco
sul mare chiamata Tintagel, dimora e rifugio inespugnabiledei duchi di Cornovaglia. in seguito, Gorlois mor in battaglia e Uther spos Igraine, che portava in grembo il suo legittimo erede. Il re doveva comunque mantenere la parola data al potente mago. Ancor prima di venire alla luce, Art fu dunque reclamato dal mondo ultraterreno. La forza della passione di Uther per Igraine aveva lacerato il tessuto dell'onore e dell'ordine umano, aprendo un varco attraverso il quale i demoni potevano entrare nel mondo dei mortali. Lo stesso Merlino, di natura in parte umana e in parte sovrannaturale, rappresentava un anello di congiunzione con la magia dell'et pi antica. I racconti su Art non spiegano perch Merlino reclamasse il fanciullo. Molto probabilmente nessuno conobbe mai il vero motivo, perch Merlino tenne segreti i propri piani. Alcuni narratori ipotizzarono che il mago nascose Art per tenerlo al sicuro mentre i Britanni si combattevano tra loro; altri ritenevano invece che il mago, in virt delle sue origini magiche, avesse acquisito la facolt di scegliere i re della razza umana.
Ad ogni modo, resta indubbio che Merlino riusc a "plasmare" il nuovo re, anche se questo si scopr soltanto tempo dopo. Il vecchio mago mise il piccolo Art al sicuro tra le impenetrabili montagne del Galles, affidandolo alle cure di un nobile signore di nome Ector, che lo crebbe come un figlio. In seguito, fece regolari visite alla corte di Uther, per tener d'occhio il re e Igraine e vegliare sulla successione al trono di Britannia. Merlino si adoper inoltre affinch le figlie che Igraine aveva avuto da
Gorlois di Cornovaglia, tre strane fanciulle dall'aspetto ammaliatore che, si mormorava, fossero esperte in arti magiche, sposassero tre principi e lasciassero la corte.
Morgause, la maggiore, divenne la moglie di re Lot di Lothian e Orkney, un signore spietato e irascibile che regnava pressoch incontrastato sul nord della Britannia. Elaine spos il re Nntres di Garlot e di lei non si ebbe pi alcuna notizia. Morgana, la sorella minore,
and in sposa a Urien di Gorre. Oltre alle tre ragazze e al figlio segreto Art, Igraine non concep altri eredi. Due anni dopo la nascita di Art, Merlino seppe che Uther era in punto di morte, dopo aver combattuto su una lettiga la sua ultima battaglia contro invasori provenienti dal nord, perch troppo debole per montare a cavallo. Il mago and dal re, chiedendo il suo consenso affinch Art, suo unico figlio, divenisse un giorno sovrano dei Britanni. Uther diede il suo beneplacito.
Prima che Merlino mettesse Art sul trono, trascorsero per altri tredici lunghi anni, durante i quali i principi britanni si fecero guerra, il popolo pat molte sofferenze e il piccolo Art, che non sapeva di essere un re, era ormai divenuto un ragazzo; in quegli anni fu educato con rigore e pazienza dal nobile Ector, cosicch, quando finalmente riapparve per prendere il posto che gli spettava, era ormai un perfetto cavaliere. La sua esistenza venne rivelata al mondo nel giorno di Capodanno, nelle settimane e nei mesi precedenti, i messaggeri di Merlino cavalcarono per tutta la Britannia per invitare i principi del regno a riunirsi a Londra per scegliere un re che portasse nuovamente la pace, cos come aveva fatto Uther. Per tutto il mese di dicembre, gruppi di uomini a cavallo percorsero i sentieri e le strade polverose che conducevano a Londra. Fuori dalle mura della citt, un grande accampamento si stabil presso le alte ericacee e le stoppie gelate dei campi invernali, una distesa di stendardi dorati e tende dai colori vivaci, su cui aleggiava la caligine dei fuochi accesi per cucinare.
Frattanto, dentro le mura di Londra, dove Merlino si aggirava per le strade anguste nella sua austera veste di studioso, la magia era all'opera.
Al centro della citt, accanto alla torre quadrata che costituiva la vecchia fortezza, sorgeva una piccola cappella, costruita per custodire un'antica reliquia. L accanto si trovavano i resti del monastero cui un tempo era stata collegata: un chiostro e un cortile erboso, che ospitava una grossa pietra nella quale era conficcata una spada e che recava un'iscrizione a caratteri luminosi: "Colui che estrarr la spada dalla roccia sar il legittimo re di tutta l'Inghilterra".
Tutti i re, Lot di Lothian e Orkney, Urien di Gorre, Ban di Benwic proveniente dalla Francia, Idres di Cornovaglia e molti altri esaminarono
la pietra. Il suo significato era loro chiaro, poich discendevano da trib guerriere, presso le quali la spada era simbolo del potere e i cui troni cerimoniali erano rocce sacre. I re d'Irlanda, ad esempio, venivano incoronati sulla Lia Fail, la "pietra del Destino", che strideva solo se toccata dal piede del legittimo sovrano. Tutti i re britanni convenuti a Londra tentarono di estrarre la spada, ma la roccia non volle saperne di consegnar loro il suo tesoro. Merlino osservava i loro tentativi senza fare commenti; il giorno di Natale, quando i re si riunirono nella sala della vecchia fortezza, impose loro il silenzio e nel suo consueto tono distaccato annunci: "Chi otterr la spada non  ancora giunto tra noi". Quindi abbandon il consesso, mentre i sovrani presero a far congetture e stipulare alleanze. Il Natale pass cos tra consultazioni e dispute fra le fazioni che si contendevano il potere. Il nuovo anno arriv, portando con s un bel sole splendente e un vento gelido che soffiava forte e si insinuava fra le tortuose strade di Londra, facendo sbattere le imposte delle case e le insegne dipinte delle botteghe.
La mattina di Capodanno, sotto una di queste insegne, che contrassegnava una rivendita di vino, sostavano tre uomini. Due erano tipici gallesi: di bassa statura, tarchiati e bruni; portavano un'armatura di maglia e tenevano l'elmo sotto il braccio, mentre parlavano nel loro musicale accento dell'ovest. Il terzo uomo era alto, con le spalle larghe e una chioma fulva che svolazzava al vento; sebbene indossasse la tunica e il mantello di un umile scudiero, attirava gli sguardi dei passanti. Anche la luce del sole indugiava su di lui, catturata dalla sua forza e dalla sua naturale compostezza. Stava appoggiato al muro della bottega, incurante degli apprezzamenti delle donne e ascoltava i suoi due compagni. Quest'uomo magnifico era Art, un promettente giovane signore non ancora in et per essere cavaliere; gli altri due erano Ector e Kay, che Art riteneva fossero suo padre e suo fratello maggiore. I tre uomini erano appena arrivati a Londra dal feudo gallese di Ector. Key, irascibile per natura, era di cattivo umore; aveva infatti dimenticato la spada presso l'accampamento, fuori dalle mura. Avvilito dai rimproveri del padre ma incapace di rispondergli a tono, se la prese con Art e gli ordin di andare a recuperare la spada. Il giovane, lieto di potersi muovere, rivolse al fratello un mezzo inchino scherzoso e si avvi a piedi per le strade fiancheggiate da sghembe case di legno, procedendo a zig zag tra pozzanghere gelate, maiali che grufolavano tra i rifiuti, pescivendole gravate da pesanti cesti e fornai carichi di pani rotondi. Lungo la strada, un uomo anziano lo tir per la manica. Art pieg la testa fulva per prestargli cortesemente ascolto, quindi, col vecchio al suo fianco, svolt un angolo e scomparve. Quando ritorn alla bottega del vinaio un'ora pi tardi, Art aveva il viso teso e serio ma gli occhi luccicanti e teneva in mano uno spadone senza fodero.
Vide il fratello da solo e alz le sopracciglia in segno di sorpresa. Kay indic la porta della bottega; a significare che Ector era l dentro. Poi allung le braccia verso Art per prendere la spada. Art appoggi cautamente la lama tra le mani di Kay e disse: "Questa spada  mia, fratello".
Kay rigir la spada, esaminando la filigrana che ornava l'elsa e le agate e le corniole che splendevano sull'oro. Disse: "Questa spada non  una delle nostre. A chi appartiene?".
"Nel cortile di una chiesa accanto alla fortezza laggi, c' una pietra", rispose Art. "Questa spada era nella pietra. Ho tirato la spada come mi  stato detto e mi  rimasta in mano".
Kay lo fiss con occhi pungenti. "Sono io il fratello maggiore", disse. Poi chiam il padre, che si affacci alla finestra della bottega.
"Signore", disse Kay, "questa  la spada della roccia sacra di cui abbiamo sentito parlare. Io l'ho trovata e mi vale la corona".
Art fece per protestare ma il fratello lo zitt prontamente. Ector ritrasse il viso dalla finestra e in un attimo li raggiunse.
L'anziano uomo scrut attentamente i figli: Art era pallido e fremente di rabbia, Kay aveva uno sguardo di sfida ma le sue mani tremavano, facendo vibrare nella luce i gioielli incastonati nella spada. "Andiamo l dove sta la pietra, dunque", disse Ector. Quando furono nel cortile, accanto alla pietra ora vuota, Ector si rivolse a Kay. "Figliolo", gli disse, "giura sul tuo onore che proprio tu hai trovato la spada che tieni in mano e l'hai estratta dalla roccia".
I muri intorno al cortile parvero trattenere il respiro e tendere l'orecchio. "Ho mentito", rispose Kay. "Art mio fratello ha trovato la pietra e ne ha estratto la spada"; e restitu la spada ad Art. "Staremo a vedere", disse Ector.
Obbedendo al cenno del padre, Art infil nuovamente la spada nella grossa pietra. Ector tent di sfilarla, sent l'elsa scottargli le mani ma la spada non si mosse. Kay prov a sua volta per l'arma rimase ferma dentro la sua prigione. Infine, Art mise le mani intorno all'elsa dorata. Le lettere incise sulla pietra mandarono un bagliore e con un sibilo metallico la spada scivol fuori dalla roccia.
Ector cadde in ginocchio. Pose le mani su quelle di Art, strette sull'elsa, e pronunci le solenni parole del giuramento di fedelt. Kay intanto si inginocchi accanto a lui. "Padre", disse Art quando Ector ebbe finito, "non inginocchiatevi".
"No, signore, io non sono Vostro padre ma solo colui che Vi ha nutrito e cresciuto. Appartenete ad una stirpe ben pi nobile della mia".
" la verit", soggiunse un'altra voce. Un volto brill nell'ombra del chiostro e Merlino si fece innanzi.
"Tu sei colui che mi port il ragazzo e lo affid alle mie cure", disse Ector.
"Tu sei colui che mi ha condotto a questa pietra", disse Art.
"Io sono", replic il mago, "colui che ha posto sul trono te, figlio di Uther Pendragon, sovrano di Britannia".
Col capo levato in alto e la mano stretta intorno all'elsa della spada, Art sent il manto del potere posarsi sulle sue spalle.
Poi, con voce ferma, reclam la corona.
La sua rivendicazione non fu accolta con unanime favore, poich i signori della Britannia non desideravano essere governati da uno sconosciuto. Art tuttavia era il legittimo sovrano: lo garantivano la
parola di Merlino e la prova della spada sacra; inoltre possedeva le qualit di un uomo nelle cui vene scorreva sangue regale ed era stato educato come una persona di alto rango.
Entro un anno, perci, fu incoronato dinanzi ai principi di Britannia, che fecero atto di sottomissione. Quelli che erano stati fedeli vassalli di Uther anni addietro (Baudwin di Britannia, Ulfin, Brastias, Leodegran di Camelerd e Pellinore delle Isole) presero parte di buon grado alla cerimonia. Molti altri, per, restarono segretamente ostili ad Art, attendendo il momento opportuno per impadronirsi del trono. Il capo di questi nemici era Lot di Lothian e Orkney, signore delle ventose isole del nord.
Lot insorse contro il sovrano un anno dopo l'incoronazione, mentre Art riuniva la corte presso la fortezza di Caerleon, nel Galles. A quell'assemblea Lot giunse insieme a quattro alleati: Urien di Gorre, Mentres di Garlot e i re di Scozia e di Carados. Ai messaggeri di Art, mandati loro incontro in segno di saluto, i ribelli risposero che "Era una grande vergogna per tutti vedere un ragazzo al governo di un cos nobile regno".
La prima risposta giunse loro da Merlino. Una notte, si materializz dal fuoco intorno al quale i re ribelli erano riuniti nel loro accampamento. Fedele servitore del re che aveva posto sul trono, il mago li scrut con occhi di ghiaccio e disse: "Fareste bene ad abbandonare il vostro piano scellerato. Non riuscireste a vincere neppure se foste dieci volte pi numerosi".
Urien, spaventato, fece un gesto di scongiuro. Lot sput ai piedi di Merlino e disse ridendo: "Dovremmo forse dar retta a uno che interpreta i sogni?".
Il mago, per, era gi scomparso tra le fiamme.
La mattina seguente, Art raggiunse l'accampamento con la cavalleria. Sul suo scudo brillavano corone dorate e tra le sue mani balenava una spada terrificante.
Il mistero di Merlino era impenetrabile: nelle sue vene scorreva sangue sovrannaturale eppure egli fu il tutore di un re mortale.
Non era la spada cerimoniale che l'aveva reso re ma un'arma fatata, Excalibur, emersa dalle acque di un lago grazie ad un prodigio di Merlino. Tra i soldati si mormorava che non era una spada per mortali; non vi era nemico che potesse contrastarla, persino il suo fodero era magico: un suo tocco poteva guarire la ferita pi grave. Nella battaglia che segu, re Art fu sempre in prima fila e fece strage di nemici. La fanteria di Lot fu annientata; la cavalleria invece resistette ma continu a perdere terreno di fronte alla furia selvaggia di Art e, infine, i ribelli volsero le spalle e si diedero alla fuga.
Art li lasci scappare, preferendo rimandare la resa dei conti. Attese per mesi, studiando i rapporti che arrivavano dai territori scozzesi: annunciavano che Lot stava adunando undici armate, un'orda che sarebbe discesa attraverso l'Inghilterra per rovesciare il suo legittimo sovrano.
Prima ancora che Lot muovesse un nuovo attacco, Art si mise in marcia lungo la strada che portava a nord, seguito da cavalieri e scudieri, fanti, muli da soma, carri di rifornimenti, armaioli, chirurghi e donne sbandate. L'esercito viaggiava attraverso fitte boscaglie e lungo tutto il tragitto gli alberi ai bordi della pista stormivano, facendo eco allo schioccare delle briglie, al cigolare delle ruote dei carri, allo sbattere degli archi e allo scalpiccio degli uomini in marcia. In realt, non si trattava di un'eco: Merlino aveva infatti stretto alleanza con i re francesi Ban di Benwic e Bors di Gaul e guidava personalmente le loro armate verso il nord della Britannia, avvolte in una coltre invisibile; un esercito fantasma avanzava cos a fianco delle armate del re.
Furono proprio queste truppe che, infine, volsero le sorti della battaglia in favore di Art. L'onore imped ai re Ban e Bors di avvantaggiarsi oltre dell'invisibilit ma nulla vietava di rimanere nascosti nella boscaglia. Le armate di Lot si lanciarono all'attacco dell'esercito di Art, apparentemente poco numeroso; gli eserciti rivali si scontrarono su una pianura ai margini della foresta di Bedegraine, presso un fiume che segnava il confine scozzese. Art e i suoi cavalieri attesero immobili come pietre, con le lance posate sulle
cosce; Lot e gli undici re suoi alleati andarono alla carica urlando. Allora la fredda mano della morte colp uomini e animali in modo cos spietato che in breve i cavalli furono immersi nel sangue fino ai nodelli e l'emblema sullo scudo di Art scomparve sotto il sangue rappreso. Al culmine del combattimento, Ban e Bors uscirono dalla boscaglia con le loro armate. Alla vista di quell'orda, guidata da due re ritenuti tra i pi valenti soldati del mondo, Lot e i suoi uomini si sentirono perduti, fuggirono dal campo di battaglia incespicando nei cadaveri e attraversando pozze di sangue.
Art si diede a inseguirli, con gli araldi al suo fianco e Bors e Ban dietro di lui; tuttavia, i cavalli all'improvviso si fermarono, sudati e tremanti. A nulla valse spronarli. Merlino, che si trovava sul campo, intervenne dicendo: "Si  ucciso abbastanza. Avete trucidato tre quarti dei loro uomini. Ora non andrete oltre; avrete altre occasioni. Sulle coste del nord ci sono dei nemici: prima di tornare a minacciare i regni d'Inghilterra, Lot deve coprirsi le spalle".
Merlino non disse altro ma gli astanti riconobbero la saggezza delle sue parole. I re vassalli di Art tornarono nei loro territori, tranne Bors e Ban, gli alleati provenienti dalla Francia. I due re francesi si ritirarono insieme ad Art nella fortezza, chiamata Bedegraine dal nome della foresta che la circondava. Qui ricevettero i messaggeri di Leodegran, signore di Camelerd, un feudo nel sud-ovest dell'Inghilterra, confinante con la Cornovaglia. Merlino stava al fianco di Art, mentre gli araldi parlavano concitati dei nemici di Leodegran che minacciavano il regno. Il mago studi i messaggeri con attenzione, poi aggrott le sopracciglia: "Signore, non andare da Leodegran", disse ad Art, della cui vita poteva prevedere gli accadimenti. "Mago, non cercare di trattenermi. Leodegran era vassallo di mio padre ed  anche mio alleato", rispose Art e usc dalla sala.
Cos, in autunno, il sovrano di Britannia cavalc verso sud, attraverso le marcite e le paludi di un territorio chiamato il Paese dell'Estate, abitato da genti che vivevano in piccoli e instabili villaggi lacustri e in luogo dei cavalli usavano barche costruite con pelli. Queste trib erano le uniche sopravvissute di un'antica popolazione: gli utensili e le armi erano di bronzo, non di ferro, ed adoravano divinit sconosciute ad Art e ai suoi uomini. Il re giunse sull'alta collina su cui regnava
Melwas, un principe famoso per essere legato agli Spiriti ancestrali. L'altura era ricoperta di meli carichi di frutti color cremisi ma nessun soldato os toccarle, perch si diceva fossero il cibo degli Spiriti.
Quindi, l'esercito di Art marci fino alla costa e prosegu lungo la riva fino alla fortezza di Leodegran. Il valoroso sovrano combatt come un leone per il suo alleato e vinse. Gli antichi racconti narrano che nella battaglia perirono diecimila uomini ma sembra che la cifra sia esagerata: a quei tempi, infatti, il mondo era scarsamente popolato e le azioni militari coinvolgevano centinaia, non certo migliaia di soldati.
A Camelerd tuttavia Art non incontr solo la vittoria. Dopo la battaglia, mentre il sovrano festeggiava nella fortezza del suo vassallo, la ruota del destino inizi a girare. La sala dei banchetti era splendida, con bellissimi arazzi appesi alle pareti e lunghe tavole allineate; quella di Leodegran era grande e rotonda, non una semplice asse appoggiata su cavalletti, com'era in uso presso altri re, ed era imbandita con stoviglie di vetro e oro che riflettevano la luce delle torce e del focolare.
Anche la fanciulla che serviva il vino ad Art rifletteva la luce. Era una giovane alta, con lunghi capelli di un bel castano dorato trattenuti da un unico ornamento, un cerchietto da principessa. Teneva gli occhi bassi come si addiceva a una vergine, cosicch le lunghe ciglia creavano sul suo viso ombre affascinanti. Portava una veste bianca, da cui spuntavano mani pallide e affusolate che reggevano il corno conviviale; il suo corpo emanava un inebriante profumo di fiori.
Art era gi esperto di donne; era il sovrano di Britannia, un soldato senza pari in battaglia e perci godeva della loro ammirazione. Inoltre, aveva gi avuto un figlio da Lionors, la fanciulla che un tempo aveva amato. La giovane che ora lo serviva pareva di ben altro lignaggio, non gli mostrava alcuna ammirazione e non gli aveva rivolto uno sguardo n una parola. Art ne rimase incantato.
Leodegran, seduto alla sua destra, si accorse del modo in cui il re guardava la fanciulla e disse "Quella  mia figlia, mio signore".
"Davvero una nobile fanciulla", replic Art. Quindi si volse per parlare con lei ma ella era gi uscita dalla sala.
"Il suo nome  Ginevra", lo inform Leodegran, quindi port la conversazione su un altro argomento.
Art non vide pi la figlia di Leodegran fino al giorno in cui lasci la fortezza; mentre montava a cavallo, avvert un lieve fruscio, subito si volt e vide la fanciulla che stava alla finestra di una bassa torre di pietra, fissandolo pensosa. Le rivolse un cenno di saluto e si allontan.
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2. MORQAUSE.
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Dalle merlature del castello di Caerleon, che si ergeva alto su uno
sperone di roccia sul fiume Usk, si poteva scorgere ogni
movimento nel territorio di Art, anche a grande distanza. Lungo
la strada che attraversava la valle dalla costa fino al cuore del
Galles, comitive regali, rilucenti di seta e oro, arrivavano per rendere
omaggio ad Art, sovrano di Britannia e araldi cavalcavano andando e venendo,
in missione per suo incarico. Nella valle transitavano inoltre personaggi pi
umili: pastori che guidavano le greggi verso le montagne, frati girovaghi nelle loro
tuniche grigie e mercanti diretti alle fiere, riuniti per motivi di sicurezza, in lunghe
carovane di carri carichi di mercanzie. Le sentinelle chiamavano questi viaggiatori
abituali pieds poudreux, "piedi polverosi" e li degnavano solo di pigre occhiate,
poich non rappresentavano minaccia alcuna alla pace del sovrano. Purtroppo, il
tranquillo regno di Art era pi vulnerabile di quanto si potesse immaginare ed un
temibile pericolo sarebbe giunto proprio dalla strada.
In una bella giornata di agosto apparve infatti una donna al servizio delle forze oscure che avrebbero determinato il destino di Art.
Il seguito della donna era poco numeroso. Due araldi la precedevano: uno reggeva lo stendardo effigiato con l'aquila bicipite, l'altro la bandiera bianca della tregua; la donna montava un cavallo nero, era snella, d'aspetto altero e portava nei capelli neri il cerchietto d'oro di regina. Dietro di lei, scortati da una guardia esigua e seguiti da una fila di muli da soma, cavalcavano quattro ragazzi vestiti da scudieri: uno era cos giovane che aveva per destriero un pony dal pelo ispido.
Il cerchietto e lo stendardo parlavano da s: la donna era la regina di Lothian e Orkney. La bandiera bianca significava che lei o suo marito Lot cercavano la protezione di Art. Le sentinelle sulle mura di Caerleon avvisarono le guardie. Quando la piccola comitiva raggiunse la fortezza in cima alla collina, i cancelli erano gi sollevati in segno di benvenuto. Kay, il fratello di latte di Art, li attendeva. Il sigillo del suo anello recava incise delle chiavi, simbolo della sua carica di siniscalco del sovrano. A breve distanza dal cancello, la regina ferm il cavallo. I suoi araldi proseguirono e si fermarono dinanzi a Kay.
Quello che reggeva lo stendardo disse: "Morgause di Lothian e Orkney saluta Sua Maest e lo implora di concederle udienza. Ella reca messaggi di Lot, suo marito".
"Sua Maest siede nella sala. Ella pu trovarlo l", replic Kay; udendo questa brusca risposta, Morgause inarc le sopracciglia ma non disse nulla. Avanz altera sul suo cavallo alla lenta andatura del passo, facendo segno alla comitiva di seguirla. Il piccolo corteo entr a Caerleon, segu Kay attraverso l'erboso cortile del castello, tra i lunghi campi da torneo dove i saracini, fantocci girevoli usati per l'addestramento, penzolavano pigri nel calore del mezzogiorno. Pass poi davanti a bersagli per arcieri, baracche di soldati e armerie, canili, stalle e scuderie, tutti costruiti entro le mura interne della fortezza. Il castello era affollato di persone e animali. Ancelle coi soggoli, i tipici sottogola bianchi, chiacchieravano presso una fonte sotto gli sguardi di soldati oziosi. Un fabbro grondante di sudore stava sulla soglia della sua fucina, illuminato dalla luce del fuoco che ardeva dentro la bottega. Tre cani da caccia, un limiere e due segugi, giravano legati a un unico guinzaglio. Gli scudieri che tenevano pronti i cavalli per i loro padroni, guardarono Morgause senza interesse; erano abituati ai postulanti che chiedevano udienza al sovrano.
Davanti alla porta della sala del re, Kay si ferm e disse: "Nessuna guardia estranea pu entrare. Andr dal re sola, signora". Le sue parole erano spezzate da una forte balbuzie.
Morgause lo squadr coi suoi occhi verdi a lungo. Poi lev il capo e disse: "Lascer qui la mia guardia e gli araldi, sebbene il mio onore sia nelle loro mani. I miei figli, per, verranno con me". Protese una mano verso Kay che, dopo un momento di esitazione, la aiut a smontare da cavallo. Quando fu accanto a Kay, aggiunse in un sibilo: "Si dice, figlio di Ector, che la tua parlata sia stata rotta dall'invidia quando Sua Maest prese il tuo posto al seno di tua madre". Prima che il siniscalco potesse replicare, Morgause entr nella sala di Art, seguita dai figli.
In quella sala gelida e vasta, dove sottili raggi di sole spezzavano l'oscurit, la regina cadde in ginocchio dinanzi al trono di Art, mascherando la propria superbia con cortese arrendevolezza. Implor il perdono per la ribellione del marito e fece per suo conto una promessa di fedelt, chiedendo al sovrano di prendere i figli sotto la sua protezione e addestrarli alla cavalleria presso la corte. Dietro Morgause, i ragazzi vestiti da scudieri fissavano Art, immobili mentre la madre pronunciava i loro nomi: Galvano e Agravain, Gaheris e Gareth.
Con la cortesia che gli era consueta, Art fece alzare la supplicante e le diede il bacio della pace. Morgause alz la testa e rivolse al re un lungo sguardo eloquente e un piccolo, malizioso sorriso. L'invito era chiaro e ad Art non dispiacque. In fondo, egli era un conquistatore. La sua fama di re valoroso, possente in battaglia e amante dell'avventura, si era ormai diffusa. Quanto la regina gli offriva gli spettava. La moglie dell'antico nemico Lot di Lothian e Orkney divenne cos l'amante di Art; Morgause e i suoi figli rimasero a Caerleon per un mese. Il sovrano pag a caro prezzo il piacere che ella gli diede: il suo sonno fu infatti disturbato da incubi terribili, sogni di serpenti, di bestie deformi e malvagie che emanavano fetore di morte e le cui grida superavano i latrati di trenta cani. Mentre Morgause diventava rosea e sinuosa, Art assumeva l'aspetto provato e spento di un vecchio.
Kay il siniscalco se ne avvide e si preoccup. Invi messaggeri in cerca del protettore del re; non mand gli araldi ma cacciatori e boscaioli, che conoscevano le strade secondarie e i rifugi segreti del regno di Art. Una notte, una brezza gelida attravers la grande sala dei banchetti di Caerleon. Le torce tremolarono e avvamparono, facendo danzare sulle pareti le ombre dei convitati. D'improvviso, un'ombra si aggiunse alle altre: era quella di Merlino. Quando la brezza si quiet, il vecchio mago apparve in carne ed ossa, chino sulla sedia di Art. Scrut il viso smunto del re e quello della donna che gli sedeva accanto. Disse soltanto: "Ebbene, Sire?". In quell'istante, Morgause pos la sua mano bianca sul braccio di Art. Questi, come toccato dalla passione, si alz e lasci la sala insieme a lei, rivolgendo a Merlino un distratto segno di assenso.
La mattina dopo, tuttavia, Art and nella stanza di Merlino. Non parl della donna ma chiese al mago di liberarlo dai suoi incubi che gli raccont liberamente.
Merlino ascolt, con le mani ossute posate sulle ginocchia e gli occhi profondi fissi sul re. Poi disse: "Ti racconter una storia. Un tempo viveva una principessa che era esperta di magia ma non abbastanza per ottenere tutto ci che voleva. Ardeva di desiderio per suo fratello ma i suoi incantesimi non le servirono
a nulla, perch egli la respinse. Allora prese come suo amante un demonio o, alcuni dicono, uno spirito e, quando rimase gravida del figlio di costui, disse alla propria gente che il bambino era di suo fratello, che l'aveva presa con la forza. Il popolo lo
incaten e lo fece a pezzi. Gli mandarono addosso branchi di cani, che gli strapparono le carni, finch mor.
"Per la donna giunse il momento del parto. Agonizzando, diede alla luce un mostro, un essere che era in parte serpente, in parte leone, in parte leopardo, in parte un coniglio lascivo. Il suo verso era quello dei branchi di cani che avevano divorato le carni del fratello della donna.
"Tradita da quel verso, la principessa fu uccisa per la sua colpa, ma non vi fu uomo capace di uccidere la bestia che ella aveva partorito. L'animale fugg, distruggendo l'opera dell'uomo". Terminata questa strana storia, Merlino cadde in un silenzio assente.
"Bene, dunque", disse Art, "svelami il significato della storia".
"La donna con la quale giaci  la tua sorellastra.  una delle tre figlie che Igraine di Cornovaglia diede alla luce prima di diventare la moglie di Uther Pendragon. Ognuna delle tre sorelle possiede poteri sovrannaturali. Morgause  il ricettacolo scelto per contenere la spada che ti distrugger".
"Quale spada?".
"Il figlio che ti dar. Lo porta gi in grembo. La gente lo chiamer il Bambino del Mare ma egli sar la bestia che distrugger le opere dell'uomo. Distrugger te e, con te, tutti i tuoi cavalieri".
"Chi ha scelto Morgause?".
"Questo non so dirlo. Creature invidiose, piene di malvagit, molto pi vecchie di me, mio Signore. Possedendo la moglie di Lot per anche tu hai scelto. Tutti gli uomini hanno un destino e sono essi stessi a determinarlo".
"Non mi hai messo in guardia contro questa sorella".
"Non sempre posso vedere con chiarezza. Pensavo non ce ne fosse bisogno". Quindi, Merlino soggiunse alla sua maniera enigmatica:
"Anch'io avr di che dolermene, perch morr di una morte vergognosa, mentre tu avrai la consolazione di una morte veneranda".
Senza replicare, il re usc dalla stanza, dirigendosi verso la torre dove alloggiava Morgause. Trov la sua stanza vuota, spogliata delle pelli d'animale, degli arazzi e dei cuscini che la donna aveva portato con s; i suoi figli erano spariti dalle baracche dei soldati. "Li ha portati via, nelle isole desolate dove lei dimora", spieg Kay il siniscalco
quando Art lo mand a chiamare. Eppure sulla strada che attraversava la valle nessuno aveva visto la comitiva della regina e nei porti sull'estuario del fiume Severn non vi era traccia delle sue navi. Evidentemente era stato praticato un incantesimo che l'aveva sottratta all'ira di Art.
Segu un periodo d'attesa, durante il quale la Britannia rimase in pace. Nel sud-ovest, fu eretto un castello su una collina accanto a un fiume. Mille uomini, sovrintendenti, falegnami, fabbri, cavapietre, scalpellini, portatori e picconieri, lavoravano alla sua costruzione. Gli antichi bardi gallesi riferirono che Art aveva tre corti principali, "Caerleon sull'Usk nel Galles, Celliweg in Cornovaglia e Penrhyn
Rhionydd nel nord" ma fu Camelot, il magnifico palazzo-fortezza, costruito durante i primi, gloriosi anni del suo regno, che in seguito venne celebrato nei racconti su Art. Il sovrano, in preda all'irrequietezza tipica del guerriero ozioso, non potendo inseguire Morgause perch tenuto a rispettare la pace stipulata con Lot, part alla ventura. I racconti dell'epoca, frammentari e privi di riscontri storici, riflettono l'immagine di un re temerario.
Una di queste leggende narra di un re furfante, un uomo gigantesco di nome Ryons di Norgales, che era solito adornare il bordo del proprio mantello con la barba dei principi da lui catturati. Ryons si vantava di aver gi catturato undici barbe e che la dodicesima sarebbe stata quella di Art. Quando un messaggero rifer al sovrano la nefasta predizione, Art replic che la sua barba era "troppo giovane per farne una frangia" e aggiunse: "Quanto prima Ryons dovr inginocchiarsi davanti a me, oppure perder la testa. Ditegli che avr la sua testa, a meno che non mi renda omaggio". Quindi Art si mise alla ricerca di Ryons. Secondo alcune versioni, il sovrano e due suoi prodi cavalieri tesero un'imboscata all'impostore, uccidendo quaranta dei suoi guerrieri. Ryons, per aver salva la vita, fece atto di sottomissione ad Art e gli giur obbedienza.
I resoconti dell'epoca riferiscono anche di nemici ultraterreni. Un giorno, un pescatore trov nella sua rete un tenero gattino e lo port nella sua capanna. Una volta all'interno, l'animale assunse dimensioni mostruose. Fece a pezzi il pescatore e fugg sulle montagne, dove viveva rintanato in una caverna, devastando la campagna circostante. Informato dell'accaduto, Art and alla ricerca della bestia, accompagnato da Merlino. Il mago stan l'animale con un fischio e Art si apprest coraggiosamente a fermarne la carica con la propria lancia. Il gatto, per, era gigantesco e spezz l'arma in due. Art allora "con la spada nella mano destra e lo scudo sul petto" lott per aver salva la vita. Gli artigli del gatto penetrarono attraverso lo scudo fin sotto la cotta d'arme del sovrano, ferendolo alla spalla. Vibrando un colpo disperato con la fida Excalibur, Art amput le zampe anteriori della bestia, che tuttavia continu a combattere, reggendosi su quelle posteriori e cercando di azzannarlo con i suoi enormi denti. Infine, il re vibr il colpo mortale e la bestia si ritir sanguinante dentro la caverna.
Altri racconti narrano che Art si spinse oltre i confini del suo regno e os invadere le regioni abitate dai demoni e sfidare i loro poteri. Raggiunse poi il regno degli unicorni. Nessuno sa se questi racconti, scritti in forma di indovinelli, dicano il vero e se i tesori, se mai Art ne rub alcuno, furono nascosti o andarono perduti.
Le vittorie riportate sulla magia erano per offuscate dal sortilegio che minacciava la vita di Art e del suo popolo. Un anno dopo la visita di Morgause a Caerleon, in un giorno di fine primavera, Merlino si present ad Art e annunci: "Mio Signore, il bambino dal quale ti misi in guardia  nato il primo giorno di maggio. Non posso vedere oltre, poich egli  al riparo dalla mia vista. Non sono in grado di dire dove si trovi".
Il sovrano non intendeva permettere che i demoni minacciassero la sua autorit.
Ordin perci che gli venisse consegnato ogni figlio maschio nato nel regno il primo maggio di quell'anno. Non disse il motivo della sua richiesta perch non era necessario: a quell'epoca il potere del re era assoluto.
I soldati a cavallo di Art che portavano sulle sopravvesti le corone dorate del suo emblema raggiunsero ogni piccolo regno della Britannia: Lyonesse e la Cornovaglia nel sud, i territori gallesi di Gorre, Sugales e Norgales, fino alle isole occidentali; raggiunsero anche i regni di Candebenet, Strangore, Northumbria e Garlot e si spinsero fin nell'estremo nord, nel Lothian e a Orkney.
Nei villaggi, nelle citt, nei manieri grandi e piccoli, nei castelli dei principi, la scena fu sempre la medesima: i soldati di Art chiamavano a raccolta la gente, mostravano il suo sigillo e leggevano il proclama. Alcune madri consegnarono i loro figlioletti spontaneamente, pensando forse che Sua Maest riservasse loro un destino glorioso. Altri genitori cercarono di disobbedire all'ordine del re o non ne furono informati ma gli uomini di Art non si lasciarono sfuggire neppure un bambino; se venivano a sapere che un bimbo non era stato consegnato, lo andavano a prendere. Nottetempo, irruppero in capanne di canne, in umili dimore di argilla e fango,
nelle piccole case di pietra del nord povero di alberi, dove persino i giacigli erano di sassi. Malmenarono genitori furiosi e strapparono i piccoli dalle culle di legno o dai loro pagliericci. A quell'epoca, i neonati venivano avvolti strettamente in fasce, per tener loro dritte le membra. Cos i soldati prendevano i bimbi gi infagottati in ruvidi stracci, pezze di tela sbiancate o in drappi di seta, li ponevano nell'incavo tra i pomoli delle loro selle e ripartivano, scomparendo lungo stretti sentieri polverosi che conducevano ai villaggi o strade di pietra di epoca pi antica, quando la Britannia era dominata dai Romani. A Caerleon, finalmente Merlino annunci ad Art: "Tuo figlio  stato trovato fra questi che hai raccolto. Era stato affidato a una
balia in una fattoria su un'isola remota. Non posso dirti altro. La mia vista non mi indica quale dei bambini egli sia". Poich il re rimase in silenzio, il mago soggiunse: "Vogliamo dunque completare l'opera?". Art annu.
Signori e cavalieri, contadini e pescatori, mendicanti e ladri, nessuno seppe mai quale fine avessero fatto i loro figli. Dopo alcuni mesi, per la Britannia si sparsero voci terrificanti.
Si mormorava che, in una notte di tempesta, i soldati di Art avessero portato i bambini sulla riva del mare e, dopo averli spogliati delle fasce, li avessero deposti nudi in una barca coperta da una pelle. La vela era stata issata e l'imbarcazione mandata alla deriva nelle acque agitate.
Mentre la barca si allontanava rapidamente dalla costa, i soldati montarono a cavallo e se ne andarono: solo un uomo rimase a guardare.
Un uomo con la barba bianca e la veste nera svolazzante, che rimase fermo sulla riva finch i vagiti dei neonati si persero nella tempesta e la barca scomparve nella spuma del mare.
Si mormorava che era stato Merlino a compiere quel misfatto ma aveva agito seguendo gli ordini di Art.
Quando ormai le voci si erano diffuse, in una notte d'autunno a Caerleon Merlino fiss il fuoco del focolare e d'improvviso disse:
"Il bambino  vivo, mio Signore. Il mare l'ha restituito.  sano e salvo in una capanna di contadini, ma non so dire dove".
Art replic con voce tesa e stanca: "Come puoi dirlo?". "L'ho visto per un istante nelle fiamme e ho udito il suo pianto nel vento alla porta".
"Quelle morti sono sulla mia coscienza", disse Art, "e non sono servite a nulla".
Merlino alz le spalle. "Quanti sono morti? Meno di quelli che periscono in un assedio o in un saccheggio. Meno di quelli che sarebbero morti di fame. Meno di quelli che l'epidemia avrebbe ucciso. La tua  una razza fragile".
Quello fu il solo commento di Merlino sulla strage dei bimbi innocenti, un chiaro esempio della mentalit dell'epoca. Art era diventato re per un segno del cielo, perci era investito di un'autorit quasi divina; egli era il custode della sicurezza del regno, la spada che lo difendeva e la fonte della sua prosperit. Alcuni pensavano che persino la fertilit della terra dipendesse dal potere di Art. Una minaccia al re equivaleva quindi a una minaccia al regno: se il re fosse caduto, la discordia e la guerra, la malattia e la carestia si sarebbero certamente scatenate, distruggendo il fragile ordine che la razza umana aveva imposto nel mondo. Merlino sapeva bene, dal modo in cui il Bambino del Mare era stato concepito e dal fatto che il piccolo fosse protetto dalla sua vista, che i demoni erano all'opera per indebolire le fondamenta del potere di Art e riteneva perci che ogni mezzo utile a contrastarli fosse giustificato, anche il pi atroce. Le leggende arturiane dicono poco a proposito di quel
massacro: vi accennano brevemente, senza alcuna descrizione particolareggiata. Nessun racconto parla del dolore della povera gente per l'assassinio dei propri figli: soffrire e subire del resto era considerato da sempre il destino degli umili.
I racconti si soffermano invece sulla reazione dei ceti nobili. Uno dei bimbi rapiti da Art era un protetto di Lot di Lothian e Orkney, che lo cresceva come uno dei suoi figli. Il bambino era stato concepito a Caerleon e Lot aveva probabilmente intuito chi era il vero padre, cosa che scaten la sua ira. Non volendo per ripudiare la moglie Morgause, Lot prefer riconoscere il bimbo come suo. Quando il piccolo venne rapito da Art, Lot ebbe perci la scusa per ribellarsi contro il suo vecchio nemico che lo aveva disonorato; il sovrano trov molti alleati. Altri re, del resto, si stavano gi preparando a colpire Art: per vendicare la morte dei bambini, Ryons di Norgales, "reso pazzo dall'ira", insieme al fratello Nerone stava raccogliendo un esercito vicino alle paludi, a nord dei territori gallesi di Art.
"Lot sollecit alla ribellione altrinove alleati: il duca di Candebenet,Brandegor di Strangore; Claryaunce del Nortumberland; un re assistito
da cento cavalieri, signore di una terra che nessuno poteva nominare; Idres di Cornovaglia; Anguisshe d'Irlanda; re Cardelmans; il re di Carados e il re di Scozia.
Le forze si unirono e mossero verso sud-ovest, in direzione delle paludi" 
Le precedettero alcuni araldi che avvisarono Ryons.
Quando furono a un giorno di marcia dall'esercito di Ryons e Nerone per, si fermarono, perch Merlino apparve a Lot e lo ingann con una falsa profezia. Dopo un giorno, tuttavia, un messaggero arriv, esausto e sanguinante, si lasci cadere da cavallo e rifer a Lot il seguente messaggio: Ryons, Nerone e tutti i loro soldati erano stati uccisi dalle armate di Art.
"Ahim", replic Lot, "se fossimo stati uniti, nessun esercito al mondo avrebbe potuto sopraffarci". Nondimeno, fece un cenno ai
suoi compagni e, con il figlio Galvano che cavalcava al suo fianco come scudiero, guid le sue armate verso il campo dove Art attendeva.
Gli eserciti rivali si incontrarono su una vasta pianura cinta da brulle montagne. All'alba di quel giorno era caduta la pioggia e ora, sotto un debole sole invernale, il campo appariva desolato e nero, intriso del sangue versato nella precedente battaglia che richiamava i corvi voraci. Sul lato settentrionale della pianura, sotto l'aquila bicipite, emblema di Orkney, le forze ribelli erano schierate in un'unica lunga fila. Le loro lance erano alzate e i destrieri irrequieti, trattenuti a fatica dai soldati in attesa. Sull'altro lato del campo di battaglia, allineati allo stesso modo, brillavano gli elmi dei cavalieri di Art e al centro della loro fila, fluttuava lo stendardo con le corone dorate di Sua Maest.
Le bandiere del re ribelle si abbassarono e rialzarono. Le due file di cavalieri vibrarono e cominciarono a muoversi con le punte delle lance ondeggianti sopra le teste, avanzarono sempre pi veloci, passando dal trotto, al piccolo galoppo, al gran galoppo. La terra trem mentre gli zoccoli scandivano come tamburi il ritmo della carica. Le lance si abbassarono in posizione di combattimento. Poi, tra le ululanti grida di battaglia degli uomini e i nitriti dei cavalli, gli eserciti cozzarono l'uno contro l'altro: centinaia di lance andarono in
pezzi, uomini e cavalli si aggrovigliarono in una mischia di
corpi dilaniati e colpi di zoccoli. Nella confusione della battaglia, gli araldi, che ne furono testimoni, poterono cogliere solo immagini isolate: la spada Excalibur che fiammeggiava mentre il re infliggeva colpi tutt'intorno e i fratelli Balin e Balan, cavalieri di Art che si batterono con una ferocia tale che era impossibile dire se fossero angeli mandati dal cielo o diavoli dell'inferno. Gli araldi raccontarono anche di Lot, orso feroce e indomabile, che pi e pi volte chiam a raccolta i suoi uomini sotto l'aquila bicipite.
"Ahim", cantarono, "egli non sopravvisse; fu cosa assai dolorosa che un cavaliere tanto valoroso venisse sopraffatto".
Gli araldi assistettero alla sua morte. Pellinore delle isole, alleato di Art, si fece largo tra i soldati fino all'avanguardia, dove infuriava Lot. Alz lo spadone e vibr un colpo. La lama fu deviata ma scivol sul collo del cavallo di Lot. Il sangue dell'animale schizz fuori in uno zampillo scarlatto e l'animale cadde sulle ginocchia e stramazz
al suolo. In un lampo, Lot si alz in piedi, senza spada, dinanzi a Pellinore. Questi vibr un altro terribile colpo che "attravers l'elmo fino alle sopracciglia", aprendo in due la testa del re ribelle.
Quando Lot cadde, ci che rimase dell'esercito di Orkney si diede alla fuga. Tutti i capi dei ribelli giacevano sul campo, immersi in laghi di sangue. Art fece raccogliere i corpi con riguardo e li port con s a Camelot, seguito dalle sue armate. L, i sovrani rivoltosi furono sepolti con tutti gli onori.
La tomba di Lot fu separata dalle altre e adornata pi sontuosamente per rendere omaggio al suo valore, poich egli era morto gloriosamente e Art era sempre un vincitore leale e generoso.
Merlino volle celebrare quella vittoria con un piccolo monumento: con rame e ottone placcati in oro plasm alcune statue che ritraevano i dodici capitani sconfitti da Art, li raffigur in gruppo, perch insieme erano morti e sulle loro teste pose un'immagine del re vincitore, con la spada sollevata in segno di trionfo.
Ogni re ribelle teneva in mano una torcia accesa, che ardeva sempre, giorno e notte. Il mago disse che le torce avrebbero bruciato fino alla fine dei suoi giorni, fino a quando egli avrebbe cessato di proteggere il regno di Art.
...
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3. GINEVRA.
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La sposa di re Art fu condotta alla corte del sovrano nella primavera dell'anno che segu la sua vittoria sui re ribelli; fu il premio per la pace e la promessa di un tempo sereno dopo la tempesta. Persino i cieli le sorridevano benevoli, stando a quanto riferiscono gli antichi narratori. Il giorno del suo arrivo, il cielo era infatti di un azzurro
immacolato, la luce del sole faceva brillare le pietre dorate delle mura di Camelot e scintillava sull'ampio fiume che correva accanto al castello.
Il fiume fece da sentiero alla sposa che raggiunse Art scivolando sull'acqua soave come un cigno, sopra una chiatta regale coperta da un baldacchino di seta e decorata d'oro. I rematori indossavano bianche livree e i remi dorati fendevano l'acqua mandando riflessi fiammeggianti.
La pallida chiatta pass lieve innanzi ai salici biancheggianti nella brezza, ai boschetti di pioppi e alle verdi canne del fiume, entrando infine nell'ombra delle mura di Camelot. Allora, i remi si alzarono all'unisono e la chiatta approd leggera sulla riva, dove re Art attendeva la sua regina per darle il benvenuto. La folla di popolani assembrata poco distante colse di lei solo una breve immagine, mentre scendeva dalla chiatta e afferrava la mano tesa del sovrano. Videro una giovane donna alta, coi luminosi capelli sciolti sulle spalle, come si addiceva a una vergine. La sua veste, una cottardita, era chiara come la luce della luna e le code della sua sopravveste erano bordate di pelliccia di scoiattolo argentato. I cortigiani di Camelot le si avvicinarono con i loro abiti colorati come uccelli variopinti, nascondendola alla vista del popolo.
La fanciulla era Ginevra, figlia di Leodegran di Camelerd, il giglio dell'occidente, dissero gli antichi narratori, la sola vergine degna di re Art. Eppure, mago Merlino aveva contestato la scelta del sovrano: con la voce cupa come il vento invernale, lo aveva ammonito che Ginevra l'avrebbe fatto soffrire. Art, invece, fiero della sua vittoria, aveva ignorato l'avvertimento.
Leodegran fu assai lieto della scelta di Art e lo dimostr con doni generosi; diede in dote a Ginevra cento cavalieri destinati a servire Art e invi al re un'enorme tavola rotonda, costruita ai tempi di Uther Pendragon. La sua forma, un cerchio
preciso, simboleggiava la perfezione del manipolo di soldati che Art stava costituendo. Oltre ai cento cavalieri di Leodegran e ai cavalieri che avevano gi combattuto a fianco del re, nella compagnia furono accolti i tre figli pi grandi di Lot di Lothian e Orkney. Art li aveva richiamati a corte per addestrarli. La loro madre, Morgause, era stata invece confinata nei suoi territori di Orkney insieme al figlio pi piccolo di Lot, affidato alle sue cure. Il maggiore dei fratelli, Galvano, fu nominato cavaliere nel giorno delle nozze di Art. Celebrato il matrimonio, ebbero inizio i festeggiamenti. Sul pavimento di giunco della sala dei banchetti di Camelot, vennero sparsi fragranti fiori di lavanda e primule odorose. Le lunghe tavole appoggiate su Cavalletti rilucevano di stoviglie d'oro: saliere a forma di nave; piatti sbalzati, divisi per contenere chiodi di garofano, macis, zafferano, cannella, cumino, semi di anice e coriandolo, le spezie amate dai cortigiani; brocche e catini per lavare le mani; pesanti piatti di portata carichi di cigni, pavoni, pernici e fagiani, tutti arrostiti e poi ricoperti delle loro piume; ciotole ricolme di stufato di cervo, coniglio, cinghiale e maiale.
La quantit del cibo era davvero regale: ogni pasto consisteva di tre portate, ognuna annunciata da squilli di trombe e composta da trenta piatti diversi.
La sala del banchetto era molto animata: i paggi andavano avanti e indietro carichi di stoviglie; sui giunchi del pavimento, i cani da caccia del re giocavano e si nutrivano degli avanzi lasciati cadere dai commensali. Sopra le teste dei convitati, zampettavano sui trespoli i falconi del sovrano, incappucciati di velluto e con i geti adorni di campanellini d'argento. Ancora pi in alto, sulla loggia sporgente di una finestra, i menestrelli cantavano accompagnati dai suonatori d'arpa.
Ginevra presiedeva la festa seduta a fianco di Art. I suoi capelli castani erano ora raccolti in trecce, arrotolate sopra le orecchie in decorose chiocciole coperte da una rete d'oro. Aveva la compostezza propria di una regina ma il suo sguardo era pieno di dolcezza e la sua modestia era tradita dal rossore improvviso
che le coloriva le pallide guance quando piegava il capo
incontrando il sorriso del marito. "Ella  pi che la benvenuta", aveva proclamato Art alla sua gente vedendola arrivare dal fiume. "La amo da tanto tempo e perci nulla mi  pi caro di lei". Tutti poterono constatare che era vero: la serenit e la gioia del re illuminavano il banchetto e rallegravano tutta la compagnia.
Merlino, invece, era di ben diverso umore. Trattava Ginevra con la dovuta cortesia
ma il suo sguardo era cupo. La regina non disse nulla a proposito
pensando forse che quello fosse l'atteggiamento
abituale del mago. Kay il siniscalco, inebriato dal vino e
sempre pronto a prendere le difese del re, disse alla sua maniera brusca e tartagliante: "Queste occhiate lunghe si addicono poco a una festa di nozze, vecchio".
Merlino replic: "Ginevra porta dolore ad Art ed ella  qui per sua scelta".
"Non mi pare. Ella piuttosto gli d gioia. Forse la tua magia ti ha abbandonato". Dopo aver trangugiato un sorso di vino, Kay apr la bocca e fece per aggiungere qualcosa ma subito si zitt, gelato dallo sguardo del mago.
"Parli sempre a sproposito, Kay", disse Merlino. "Faresti bene a ricordare che i miei poteri non se ne andranno a meno che io non lo voglia".
"Dimostra i tuoi poteri, allora", replic Kay. Le teste dei commensali si volsero, poich Kay aveva parlato a voce alta. Nella grande sala cadde un breve silenzio. "I miei poteri non son fatti per essere esibiti. Usarli, specialmente con leggerezza, richiama l'attenzione degli spiriti ancestrali, che diventano vigili quando la magia agita l'aria. I loro occhi si poserebbero su di noi e noi siamo pi sicuri se
il loro sguardo  lontano", Kay fece un gesto di scongiuro e molti cavalieri pi anziani di lui lo imitarono. Allora la regina sorrise, spezzando la tensione. "Signor mago, non vogliamo mettere alla prova i vostri poteri. Fatemi soltanto una magia come regalo di nozze, per rallegrarmi".
Dopo un momento di silenzio, Merlino annu. "Come desiderate, Signora", disse. "Se verrete da me nel cortile della vostra torre quando il sole  a mezzogiorno, far un incantesimo per voi". Poi, con la veste nera che gli si agitava intorno, il vecchio mago si volse e usc dalla sala.
Un'ora pi tardi (le feste a quei tempi iniziavano alle dieci del mattino), i cortigiani raggiunsero il cortile che si apriva innanzi all'edificio chiamato la Torre della regina, un luogo ameno e soleggiato, circondato da peri e meli, che Art aveva fatto costruire per la sua sposa. Il mago li attendeva col
mantello gettato all'indietro sulle spalle per mostrare che
portava una spada, ai suoi piedi stava un piccolo sacco di tela; il suo viso austero era animato da una curiosa espressione, uno sguardo furbo da saltimbanco.
I cortigiani formarono un cerchio intorno a lui, bisbigliando. Ginevra, con gli occhi luminosi come quelli di una bimba, fece cenno al mago di cominciare.
"Far per voi una vecchia magia che imparai nel Galles. Una prodezza che non  mia", disse Merlino. Lanciando un'occhiata allo scettico Kay, soggiunse: "Chiamer a raccolta le nuvole". Ricci e batuffoli bianchi discesero lievi dall'azzurro e avvolsero il tetto della torre, distendendosi a formare un soffitto bianco qualche metro sopra la testa del mago. Una fredda ombra cadde sul selciato del cortile.
"E ora una scala verso il cielo". Il mago estrasse dal sacco di tela un rotolo di corda e lo tese infilandovi le mani. Cominci a fischiare una melodia acuta e lamentosa. La corda si mosse e, svolgendosi giro dopo giro, oscillando come un serpente al suono della melodia di Merlino, sal, finch un'estremit svan nel bianco delle nubi e l'altra rimase appesa, penzolando libera sul selciato.
"E ora una lepre a cui dar la caccia". Il mago frug nuovamente nel sacco e ne trasse una minuscola creatura, non pi grande di un topo, la avvicin alle labbra e sussurr qualcosa. Mentre le parlava, la creatura si gonfi fino ad assumere le dimensioni di una lepre viva, col pelo grigio pallido e gli occhi scuri. Le sue orecchie si tesero ad ascoltare le parole di Merlino.
Ad un tratto il mago sollev la mano, come se volesse far volare un uccello e la lepre si arrampic sulla corda agile come un gatto, svanendo fra le nubi. "E ora una fanciulla che dia la caccia alla lepre". Dal sacco usc una bambolina vestita da contadina; Merlino la pose sul selciato e di nuovo prese a sussurrare. Sotto gli occhi della compagnia, la bambola crebbe e si tramut in una fanciulla, che sbatt gli occhi stupita e scrut ad uno ad uno i visi che la circondavano. Poi, obbedendo a un gesto del mago, afferr la corda e, una mano dopo l'altra, si arrampic fino a sfiorare le nuvole. Le tocc come se fossero terra solida, poi si spinse su finch anch'ella scomparve nella massa bianca. Ultimi a sparire furono i suoi piedi nudi
ciondolanti. Sbirciando il suo pubblico che guardava in su ammutolito, rapito dalla sua magia, Merlino soggiunse ammiccando "E ora un uomo per confortare la fanciulla", e infil nuovamente la mano nel sacco. Questa volta il piccolo oggetto che ne estrasse si trasform in un bel giovanotto robusto che fece un largo sorriso al suo creatore e rapido si arrampic sulla corda fin dentro le nuvole. Allora i cortigiani scoppiarono in una risata: la trovata era maliziosa, adatta a una festa di nozze. Persino Kay rise del trambusto sopra le loro teste: dentro le nubi, la ragazza emetteva gridolini e respirava affannosamente. Poi si ud un silenzio rotto da risatine soffocate.
Merlino strinse le labbra e si accigli. "Questo non  dar conforto, ma recare offesa", disse e schiocc le dita. Le risatine della ragazza cessarono e, un istante dopo, ella scivol gi dalle nuvole e atterr ansante ai piedi del mago, coi capelli arruffati e il corpetto slacciato e si scherm vergognosa dai sorrisi dei cortigiani, coprendosi il viso con le mani.
Merlino schiocc nuovamente le dita. Il giovanotto ricomparve e atterr leggero sul selciato, tenendo in braccio la lepre. Fece un inchino alla compagnia e uno a Merlino, poi si avvicin alla ragazza. Il mago intervenne: "Che vergogna, che vergogna
sedurre una giovane fanciulla. Lasciala stare". Poi soggiunse rivolto a Kay il siniscalco: "Il seduttore merita di essere punito, non  vero?".
"Ahim, egli  forte ma manca di virt", rispose Kay con un largo sorriso.
Subito il sorriso gli si gel sul viso. Con un gesto improvviso, il mago sguain la sua spada e vibr un colpo. La testa del giovanotto cadde a terra. Per un momento, il suo corpo rimase in piedi, mentre un fiotto di sangue zampill nell'aria e ricadde sul selciato e sulle vesti delle dame. Poi, il corpo cadde.
Art spinse Ginevra impallidita dietro di s e disse: "Questa  follia. La morte  una pena troppo severa per una tresca che tu stesso hai inventato, Merlino.  questo dunque il tuo regalo alla sposa?".
"Mi giudichi troppo severo?", replic il mago. "In tal caso dovr escogitare un lieto fine". Si mise tra il corpo e la testa, coprendoli con la sua veste. Poi si ritrasse e il giovane uomo si alz, resuscitato dalla magia di Merlino.
Qualcosa non andava. Il giovane fissava i cortigiani boccheggiando. Il suo viso era rivolto verso le scapole e i suoi piedi sguazzavano nel suo sangue. La testa gli era stata riattaccata al contrario.
"Per amor del cielo,  meglio che muoia piuttosto che viva cos", disse Kay.
Non volete proprio punirlo, dunque?", disse Merlino e con una mano gir la testa del giovanotto finch fu di nuovo dritta. Quindi, tocc il giovane, la ragazza e la lepre, uno dopo l'altro. Uno ad uno, questi ritornarono piccoli come giocattoli e il mago li infil nuovamente nel sacco. Con un fischio richiam la corda, che si riavvolse da s. Sopra la testa dei cortigiani, la nube si sfald in nastri leggeri che volarono via. "Fai male a dubitare dei miei poteri, Kay", disse il mago e rivolto a Ginevra soggiunse: "Vedete, signora, era un'illusione. Anche il sangue  sparito". Detto ci, scomparve anche lui.
Cos ebbe fine quello spettacolo divertente e spaventoso, bizzarro e ambiguo proprio come Merlino. Per quanto futile, quella magia aveva tuttavia agitato l'aria, richiamando, come il mago temeva, l'attenzione degli spiriti. Giocando coi poteri che in virt del suo sangue sovrannaturale condivideva con le divinit ancestrali, Merlino aveva spalancato loro una porta, rendendo gli esseri umani che egli consigliava e se stesso, vulnerabili alle loro armi.
Di l a poco infatti fecero un'incursione proprio nella sala dei banchetti di Camelot. La festa di nozze di Art si protrasse per molti giorni, come tutti i grandi festeggiamenti a quell'epoca: una mattina, due giorni dopo l'esibizione di Merlino nel cortile della regina, il banchetto fu interrotto dall'improvvisa apparizione di un cervo bianco, coi fianchi striati di schiumante sudore grigiastro e il sangue alle narici. Scalpitando attravers la sala, inseguito da un bracchetto.
Dietro il piccolo cane da caccia, si materializzarono anche un branco di levrieri e una donna su un cavallo bianco: era una creatura pallida, incorniciata da una massa di fluttuanti capelli neri, indossava la veste verde delle fate e portava al collo un corno da caccia in avorio.
Preda e cacciatrice irruppero cos all'improvviso, galoppando sfrenatamente ed emettendo grida tanto disumane, che gli uomini e le donne nella sala rimasero pietrificati. Lo spettacolo non dur che pochi istanti; gli animali girarono velocissimi intorno ai tavoli, un soldato comparve dal nulla, cattur il bracchetto e spar, un altro apparve, cattur la cacciatrice e svan, il cervo e i levrieri fuggirono dalla sala, lasciandosi dietro una scia di tavole e panche rovesciate, di stoviglie rotte e ammaccate.
Art balz in piedi, pronto a impartire ordini ma Merlino lo anticip. Sped fuori dal castello tre cavalieri: uno doveva inseguire il cervo e riportarne la testa, uno trovare il bracchetto e uno liberare la cacciatrice. Obbedienti, i tre cavalieri cavalcarono fin dentro il regno degli spiriti, trovarono ci che cercavano e tornarono dopo alcune settimane con la testa del cervo, il bracchetto e la notizia che la cacciatrice era salva nei propri territori.
Tuttavia, le avventure di questi cavalieri non sono rilevanti nella nostra storia. Ben pi importante  il significato di quella strana apparizionenellasaladi
Camelot. Qui, Merlino, che ne aveva ben chiaro il senso, stava seduto accanto al re con le guance scavate e gli occhi spenti come quelli di un cadavere e le mani tremanti. "Cosa vi affligge, signor mago?", chiese preoccupata Ginevra. " arrivata, dunque.  ancora giovane e inesperta ed  arrivata per colpa mia. Le ho aperto il cancello per farla entrare", rispose Merlino con la voce flebile e rotta di un vecchio. "Chi  la cacciatrice?", domand Art. "Il suo nome  Niniana", rispose Merlino e non volle aggiungere altro, dicendosi stanco di far profezie. Quella
notte lasci il castello e non vi fece ritorno. I servitori degli spiriti ancestrali tornarono a colpire di l a poco, nel giorno di calendimaggio, in occasione del Beltane, la festa sacra che segnava per i Britanni il passaggio dall'inverno all'estate. L'ultimo giorno di aprile, vigilia del Beltane, in ogni parte del regno di Art la gente festeggiava con riti che valevano a scacciare gli spiriti, che quella notte erano liberi di girovagare e a dare il benvenuto alla stagione dell'abbondanza e della fecondit. Quando quella notte la luna spunt in cielo, vennero accesi i fal, composti ognuno di nove rami tagliati da nove uomini da nove alberi diversi.
I fuochi, accesi per onorare la luce vivificante del sole, ardevano su tutte le colline. Intorno ai fal, la gente compiva antichi riti chiedendo prosperit e fecondit. I pani del Beltane, preparati con orzo e avena e rotondi come il sole, vennero cotti e divisi in pezzi; alcuni vennero offerti ai lupi e ai corvi affamati, affinch risparmiassero agnelli e pulcini. La parte restante venne estratta a sorte: la persona sfortunata cui tocc il pezzo annerito col carbone divenne la vittima sacrificale del Beltane. Coloro che le stavano accanto, mimavano coi gesti l'atto di gettarla nel fuoco, offrendo simbolicamente la sua vita per scacciare i pericoli che minacciavano l'umanit, per tutto l'anno seguente, la vittima prescelta sarebbe stata chiamata "il morto". Poi i contadini guidarono il loro bestiame attraverso i fuochi, un rito per proteggerlo dalla malattia e, per tutta la notte, i flauti e i tamburelli risuonarono per i campi e sulle colline, accompagnando con le loro melodie le sagome nere di uomini e donne che danzavano girando in senso orario intorno ai fuochi, salutando la stagione della luce.
Poco prima dell'alba, mentre i fal si estinguevano e i danzatori scendevano dalle colline, le donne che non avevano preso parte alle danze notturne lasciarono palazzi e capanne e andarono nella campagna per veder sorgere il sole e salutare maggio.
Tagliarono ramoscelli di biancospino, il fiore degli spiriti e, per renderli pi efficaci, li intrecciarono in ghirlande con le quali adornarono ogni uscio, a protezione di ogni casa.
Fra queste donne vi era Ginevra, considerata dal popolo la vera regina di maggio, poich sposando il re ella era diventata
madrina della fertilit dei campi, pi di ognuna delle regine di
maggio coronate di fiori in ogni villaggio della Britannia.
Vestita di bianco e di oro come una sposa, Ginevra usc da Camelot su un cavallo bianco con la gualdrappa adorna di campanellini dorati, scortata da paggi che le camminavano al fianco e da un seguito di dame e scudieri a cavallo. La comitiva era armata solo di coltelli da caccia, ma neppure tutte le armi del regno, sarebbero loro servite contro gli esseri che girovagavano in quell'alba.
Quel giorno Ginevra non torn da Art. I paggi e gli scudieri che l'avevano scortata tornarono a Camelot senza di lei; tremando di paura, giurarono dinanzi al re di aver visto una specie di nebbia, di nube o di luce bianca, avvolgere la regina e quando, un istante dopo, quel velo luminoso si era dissolto nell'aria,
ella non era pi sul suo cavallo. Non avevano potuto difenderla,
balbettarono: l'attacco era stato pi rapido di un respiro.
Art ordin che li imprigionassero, quindi fece cercare Ginevra. I suoi soldati a cavallo raggiunsero ogni angolo della Britannia. Ogni villaggio fu setacciato da cavalieri col volto accigliato e la voce minacciosa. Tra il popolo si cominci a mormorare che se la regina non fosse ricomparsa, il raccolto sarebbe stato scarso e la terra sarebbe morta.
Dopo alcuni mesi, ai cavalieri di Art giunse voce che la regina si trovava a Glastonbury, prigioniera di Melwas, re del Paese dell'Estate, che aveva fama di essere un protetto degli spiriti o addirittura un demone. La sua fortezza, che si diceva fosse di vetro, era nascosta all'interno della collina chiamata Torre di Glastonbury che sorgeva nel mezzo di un vasto acquitrino ed era inespugnabile "per via di fortificazioni di boschetti, canne e paludi", come scrissero antichi cronisti.
Art comunque riusc a liberare la sua amata sposa. Gli antichi racconti di questa impresa sono incompleti e talvolta contraddittori; la versione pi chiara della vicenda  quella lasciata dai monaci di una piccola abbazia nei pressi di Glastonbury: Art radun un grande esercito di soldati provenienti da regni del Devon e della Cornovaglia e minacci di devastare il Paese dell'Estate ed espugnare la torre di Melwas. A quel punto, l'abate di Glastonbury e un monaco di nome Gildas persuasero Melwas a liberare la regina senza nuocerle, furono loro a negoziare la tregua e a salvare la terra; cos grazie alla sua forza minacciosa e all'intervento della Chiesa, Art pot riavere Ginevra sana e salva al suo fianco.
Che ne era stato, per, del mago Merlino, che con la sua magia avrebbe dovuto difendere il re dalle forze ultraterrene? Nessuno l'aveva pi visto dalla notte in cui aveva lasciato Camelot, dopo la strana apparizione.
Soltanto molto tempo pi tardi, si seppe qualcosa di lui, attraverso canzoni di menestrelli, frammenti in versi e altri misteriosi racconti; pare che il mago si fosse recato su un'isola in mezzo al mare e l fosse rimasto intrappolato per magia dentro un albero.
Altri racconti fornivano una versione diversa. Merlino aveva lasciato Art per seguire il proprio destino, segnato dall'apparizione della cacciatrice Niniana nella sala del banchetto di Camelot, era diventato un vecchio stolto, compatito da coloro che l'avevano onorato; in preda a una passione indotta in lui da un sortilegio, aveva cercato Niniana, che egli aveva scoperto essere una figlia degli spiriti, per tutta l'Inghilterra e anche al di l del mare, fino in Bretagna.
Nessuna umiliazione gli fu risparmiata, assunse un comportamento ridicolo da vecchio innamorato; avrebbe potuto viaggiare con le sembianze di un veloce cervo, di una lepre o di un gufo.
Invece viaggi travestito da giovane e prestante scudiero, nascondendo con la magia i capelli bianchi e il volto avvizzito, nella speranza di conquistare Niniana.
Guidato da poteri magici, la trov in breve tempo, nella foresta di Brocelandia,
un luogo ancora popolato dagli spiriti. Sotto le spoglie di uno scudiero, cavalc lungo un sentiero che si apriva tra gli alberi, incurante degli occhi che lo osservavano e delle risate crudeli che facevano stormire le foglie e spezzare i rami. La strada
lo condusse a una radura in
cima a una collina; l, sull'erba,
sedeva la bella cacciatrice
Niniana, pallida e solitaria come
una stella; ella lo guard con
occhi cos grandi e dolci che la
parte mortale di Merlino trem
di desiderio per quanto la sua
met sovrannaturale si ritraesse
spaventata. Il mago prese la
mano di lei come un mortale
innamorato e le offr il suo
cuore ma Miniana ritrasse la
mano e scosse la testa, dicendo
che non sapeva che farsene di
un giovane scudiero. "Sono pi
che uno scudiero", replic
Merlino. "Osserva ci che posso
fare per te". Le alz il viso verso
il cielo e tra le nubi costru per
lei un palazzo, pietra su pietra,
in alto, oltre le vie degli uccelli.
Aggiunse per compiacerla torri
altissime con tetti d'oro, pennoni
di seta che fluttuavano nel
vento, alberi e fiori che crescevano
senza terra. Grande e
magnifico, il palazzo galleggiava
alto sopra la foresta, sospeso
nell'empireo. Mentre compiva
questa magia, il travestimento
che celava la sua vecchiaia gli
scivol di dosso ma la bella
niniana sembr non badarvi,
probabilmente gi sapeva con chi aveva veramente a che fare.
" un miracolo. Tu sei padrone di una magia che la mia gente ha perduto, non vuoi insegnarmela?", disse rivolgendogli un sorriso carico di dolci promesse, Merlino la accontent. Per ore e ore, sedette al suo fianco cantando le melodie che producevano la sua magia, scandendo le rune che formavano i suoi incantesimi,
trasfer i suoi poteri a Niniana; le insegn l'arte delle illusioni e del vaticinio, le parole che donavano l'invisibilit e i pensieri che facevano cambiare aspetto. Con le sue vecchie mani, tracci nell'aria i gesti che facevano comparire dal nulla armi e forgiavano catene che nessun uomo poteva spezzare, le rivel i segreti per combattere e prendere in trappola.
Per giorni rimasero insieme nella radura dentro la verde foresta. Niniana ascoltava, sorrideva misteriosa e carezzava la mano del mago. Finch un pomeriggio, mentre il sole caldo brillava immobile sui suoi capelli bianchi, Merlino rimase senza voce. Per il troppo parlare, aveva esaurito le proprie forze e ora giaceva sull'erba, fragile quanto un vecchio mortale pu esserlo, senza pi ombra della sua gloria. Allora, con squisita cortesia, Niniana gli pos una mano sui capelli e disse: "Ho imparato quanto mi hai insegnato. Ora ti far addormentare, come tu mi hai mostrato"; con voce dolcissima prese a cantargli una canzone e danzando svolse la lunga cintura di seta che le cingeva la vita sopra la veste, ne lasci cadere un'estremit ai piedi di Merlino, mentre egli la osservava con le lacrime agli occhi, poi le palpebre gli si chiusero pesanti e si addorment.
Quando il mago si risvegli, era sdraiato su un giaciglio sopra un pavimento di pietra, circondato da pareti incurvate. Niniana era in piedi accanto a lui e stava riavvolgendo la cintura. Non cantava pi e il suo sguardo era freddo e calmo. "Non credere che ti lascer qui da solo, Merlino", disse. "Di quando in quando, star qui con te", quindi si volt e usc da una porticina.
Il vecchio mago lentamente si alz e la segu. Quando fu sulla porta, si ferm e guard fuori meravigliato. Sopra di lui svettavano le torri dorate di un palazzo, ai suoi piedi, tutt'intorno alla gradinata che scendeva dalla porta, si agitavano soffici batuffoli e riccioli di nubi che a tratti si aprivano come un lieve sipario, lasciando intravedere in lontananza, gi molto in basso, le colline e le cime degli alberi di Brocelandia.
Ormai esiliato dal mondo degli uomini e delle donne, costretto per sempre a vivere lontano dai luoghi dove era stato potente, Merlino era intrappolato nella prigione che lui stesso aveva costruito. I principi dell'altro mondo, servendosi di Niniana, l'avevano allontanato da Art.
...
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...
4. MORGANA
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Art aveva tre sorellastre, figlie di primo letto di sua madre Igraine, tutte erano esperte nelle arti magiche e servivano le divinit ancestrali. La maggiore, Morgause, tent Art, ne divenne l'amante e giacendo con lui concep il figlio che, secondo la profezia del mago Merlino, un giorno avrebbe ucciso il re. Compiuto questo misfatto, Morgause si ritir in esilio a Orkney, la fredda isola di cui era regina e, in segreto, accud e crebbe il bambino. Elaine, la secondogenita, non fece parlare di s: rimase sempre nelle terre di suo marito Mentres di Garlot e si tenne lontana da Art. La pi giovane, invece, gli fu accanto per molti anni e fu la sua implacabile nemica; finch pot tuttavia cerc di nascondere la propria malevolenza.
Il suo nome era Morgana, regina di Gorre e la pi potente delle tre sorelle, era soprannominata la Fata per via dei suoi poteri magici. Antichi racconti narrano che possedesse una dimora nell'altro mondo e avesse trascorso la giovinezza su un'isola, chiusa in un convento al cospetto delle divinit ancestrali, imparando i segreti dell'arte magica. Si diceva che fosse stata sull'Isola di Vetro come una delle nove guardiane del calderone magico che il re aveva rubato in giovent. Secondo un'altra versione, Morgana era stata istruita dal mago Merlino, al quale si era presentata sotto le mentite spoglie della cacciatrice Niniana. Morgana, insomma, conosceva tutte le pi sottili armi della magia: sapeva leggere le stelle, conosceva i rimedi contro ogni malattia, poteva tramutarsi in corvo o assumere le sembianze di ragno.
Nei primi anni che trascorse a Camelot, Morgana tuttavia cel la sua vera natura; era solo una delle tante cortigiane e dimorava nelle stanze della fortezza insieme a suo marito Urien di Gorre, uno dei soldati al servizio di Art. Suo figlio Yvain veniva addestrato a diventare scudiero del re e lei era una delle dame di compagnia della regina Ginevra; Morgana era una donna avvenente ma incline alla solitudine, si teneva in disparte dalle altre dame e apparentemente anche dai cavalieri che, mossi da rispettosa ammirazione, attorniavano Ginevra. Tra gli allegri e socievoli cortigiani di Camelot, Morgana era una mosca bianca: il suo atteggiamento schivo, le cantilene che nottetempo provenivano dalle sue stanze, i corvi che a un suo cenno accorrevano e mangiavano dalla sua mano come colombe, suscitarono non pochi pettegolezzi. La sua parentela con il re (della quale in verit ella non si vantava affatto) e la valentia di Urien e Yvain, la cui lealt ad Art era indiscussa, tuttavia la misero al riparo da critiche pi severe.
In realt, l'infida Morgana si sollazzava con i cavalieri pi
giovani della corte di Art. Donna matura ed esperta, sapeva bene come ammaliarli e appropriarsi della forza della loro passione. Per un po', fu attenta a nascondere le sue tresche ma, col tempo, divenne meno accorta o forse troppo sicura di s per preoccuparsi di essere discreta. Fin con l'essere sempre attorniata da una schiera di giovani spasimanti i quali nutrivano per lei amori tutt'altro che platonici e si contendevano i suoi favori con liti furibonde, causando a Urien amarezza e imbarazzo. Morgana cominci cos a seminare a Camelot malevolenza e discordia.
Il pomeriggio di un giorno di primavera, Ginevra entr in una stanza assolata e sorprese Morgana e il proprio cugino, il cavaliere Guiomar, nascosti nella strombatura di una finestra. I due cessarono improvvisamente di parlottare e Guiomar assunse uno sguardo colpevole. Ginevra, giovane sposa educata all'onore e alla fedelt, li fiss gravemente. Dopo un breve silenzio, disse a Guiomar: "Potete andare. Riferir quanto ho visto al re"; poi rivolta a Morgana soggiunse: "Fareste meglio a stare accanto a vostro marito Urien, signora". Morgana rispose abbozzando un sorriso, le fece un inchino e usc in fretta dalla stanza.
Guiomar fu allontanato dalla corte e mandato a calmare i suoi bollenti spiriti nelle guarnigioni settentrionali di Art; part senza protestare e senza salutare Morgana. La relazione con la regina di Gorre era stata sordida e logorante ed egli fu lieto di essersene liberato, di cavalcare nell'aria fresca, lontano dalle stanze tetre e sature di profumi dove il sortilegio di Morgana l'aveva avvinto. Morgana rimase a Camelot, poich Art non voleva che Urien fosse svergognato. Per un po', almeno in pubblico, ella adott una condotta pi conveniente. In realt stava solo aspettando che le si presentasse l'occasione di vendicare quell'umiliazione. In segreto, si scelse un altro amante, un cavaliere di nome Accolon di Gaul, affil le sue armi magiche preparandosi a colpire Art e, un pomeriggio, le adoper.
Il sovrano aveva cacciato tutto il giorno sulle colline intorno a Camelot; nel tardo pomeriggio, per inseguire un cervo, si allontan dai suoi compagni ed entr in un bosco. Cavalcando, si addentr nel fitto della boscaglia; dietro di lui, le voci dei cacciatori si facevano sempre pi fievoli, finch intorno al re non rimasero altri suoni che il crepitio delle foglie secche e l'ansimare del suo cavallo.
Finalmente il bosco si apr su un prato che declinava dolcemente verso un fiume. Sulla riva giaceva il cervo, morto. Art tuttavia lo degn appena di un'occhiata, attratto da una barca di cristallo con vele di seta leggerissima, cullata dolcemente dalla corrente. La piccola imbarcazione era talmente luminosa ed eterea che pareva fatta di una miscela d'acqua e nebbia. A bordo non vi era nessuno, ma, mentre Art si avvicinava, la navicella vir e approd lieve sulla riva sabbiosa. Era una barca incantata, un trucco per tentare Art. Come ogni ardito cavaliere
avrebbe fatto, il re accett la sfida: smont da cavallo, gli diede una pacca sul fianco per rimandarlo a casa e sal sull'imbarcazione. Subito, la barca scivol nel fiume e prese a discendere la corrente con le vele di seta gonfiate da un vento ultraterreno. Nella luce del tramonto, la navicella incantata veleggi seguendo il corso tortuoso del fiume e addentrandosi in una terra sconosciuta, celata da fitte file di alberi che oscillavano, gemevano e sussurravano lungo le sponde. Il giorno si spense ma una strana luce continu a danzare sui parapetti della barca, scintillando sul cristallo; come ipnotizzato da quel bagliore, Art si addorment.
Si risvegli nel buio e nel freddo maleodorante di una prigione, tra il macabro tintinnio di catene e i bisbiglii di uomini reclusi. Parl e gli risposero; i suoi compagni di cella erano cavalieri britanni, catturati da un signore di nome Damas che voleva servirsene per combattere il fratello, al quale contendeva un'eredit. I cavalieri si erano rifiutati di aiutarlo poich Damas era un crudele tiranno e suo fratello un uomo giusto. Per questo furono gettati in prigione; alcuni di loro languivano in quel luogo da anni. Art ascolt in silenzio e attese che Damas gli mandasse un messaggero.
Non pass un'ora che l'araldo arriv: una porta pesante si spalanc e sulla soglia comparve la sagoma di una donna, delineata dalla fiamma della torcia che teneva in mano. Sbattendo gli occhi per l'improvviso chiarore, Art chiese: "Signora, non siete forse una dama di corte di Sua Maest?". La donna scosse il capo, replicando che era la figlia di Damas e che non frequentava la corte del re. Poi, tenendo il capo chino, rifer ad Art il messaggio del padre: se avesse accettato di essere il campione di Damas, sarebbe stato libero.
"Se questi cavalieri verranno liberati prima della battaglia, combatter per Damas", rispose Art.
Lo scambio fu accettato: i cavalieri furono sciolti dalle catene e condotti via dalle guardie. Art, pure liberato, attese che la figlia di Damas tornasse. Quando riapparve, la donna portava con s uno scudo, un'armatura e la spada Excalibur, riposta nel suo fodero prezioso; con essi arm personalmente Art.
"Signora, come siete venuta in possesso della mia spada?", chiese Art scrutandola; il volto di lei era coperto da lunghe ciocche di capelli neri. "Mi  stata mandata dalla regina vostra sorella, la fata Morgana", rispose quella sussurrando ma non volle dire di pi.
La donna condusse Art in una grande sala, illuminata alle pareti da torce dalle fiamme guizzanti. In quella luce tremolante, egli vide l'uomo che doveva affrontare: era alto, col viso celato dall'elmo e stava appoggiato con aria disinvolta a una spada molto simile a quella di Art; la donna si ritrasse in un angolo e rimase a guardare. Senza proferire parola, Art si copr il corpo con lo scudo, sfoder la spada e con essa salut l'avversario. L'arma era insolitamente pesante e priva del suo consueto palpito.
Art tuttavia la sollev in alto e, prima che il suo avversario potesse scansarsi, vibr un colpo. Il soldato lo devi con lo scudo e, mentre Art completava il suo colpo abbassando la guardia, la spada dell'avversario fiammeggi nell'aria e penetr attraverso l'armatura fin dentro il braccio di Art. Il sangue sgorg inzuppando la maglia di ferro. Allora Art cap che la spada che brandiva non era Excalibur: essa infatti non mancava mai un colpo e la guaina appesa al suo fianco non era il magico fodero, dotato del potere di guarire istantaneamente ogni sua ferita.
Art continu comunque a combattere, indomito, grugnendo per lo sforzo, i due soldati vibrarono colpi incessanti. Art, ferito gravemente, fu invaso da un tremito di debolezza e di dolore; poich la sua lama pareva inoffensiva, adoper la spada a mo' di mazza, colpendo pi volte l'elmo dell'avversario, che cominci a indietreggiare barcollando. Per due ore le spade volteggiarono nell'aria senza sosta. Art perdeva molto sangue ma non smise di combattere. Infine, cadde sulle ginocchia, stremato. Allora vibr un colpo verso l'alto, sotto lo scudo del rivale ma la spada gli si spezz in mano. Subito l'avversario lev la propria arma per dargli il colpo di grazia; la grande spada vol via dalla sua mano fiammeggiando, si libr nell'aria disegnando un arco di luce e infine cadde rumorosamente sul pavimento. Il soldato barcoll disorientato e si freg la mano.
Una donna alta, diafana come uno spirito, era apparsa d'improvviso nella sala; con voce gelida come le acque di un lago di montagna grid: "Quella spada  Excalibur. Appartiene al popolo dell'acqua ma Art l'ha in custodia, finch vive. Non hai diritto di portarla, cavaliere" e, prima ancora che l'eco delle sue parole si spegnesse, scomparve. Art si affrett a raccogliere la spada. "Sei rimasta lontana da me troppo a lungo e mi hai causato molte sofferenze" grid; senza riprendere fiato, url al suo avversario: "Molto dolore mi hai inflitto con questa spada. Ora essa ti dar la morte". Strapp dal fianco del soldato il fodero guaritore e lo spinse lontano, facendolo
ruotare velocemente sul pavimento di pietra, poi lev Excalibur e vibr un colpo fortissimo che fendette lateralmente l'elmo dell'avversario. L'uomo cadde a terra, col sangue che gli sgorgava dalla bocca, dal naso e dalle orecchie. In un lampo, Art si inginocchi accanto a lui per dargli il colpo di grazia e gli strapp l'elmo che scivol via, rivelando il volto pallido e agonizzante di Accolon di Gaul, l'amante segreto di Morgana.
Frattanto, la donna misteriosa che aveva condotto Art nella sala era scomparsa ma una piccola folla di persone, Damas, il signore del castello, suo fratello e la loro gente, era entrata nella sala, in tempo per udire le parole di Accolon: "Quale sventura  stata per me Excalibur, poich ha causato la mia morte".
"Come sei venuto in possesso di Excalibur? Come sei giunto a combattere il tuo stesso re?", gli domand Art. Allora Accolon gli raccont di come la sua amante Morgana, con le sue arti magiche, avesse forgiato una copia di Excalibur l'Invincibile e l'avesse poi data ad Art, rubando nel contempo la vera spada per darla a lui. Morgana, disse ancora il cavaliere, stava tramando contro la vita del re e di Urien suo marito, affinch lei e Accolon potessero impadronirsi del trono e consegnare la Britannia alle divinit ancestrali. Detto ci, Accolon reclin il capo e mor. Art gli chiuse gli occhi, poi disse rivolto agli astanti: "Chi di voi  Damas?".
"Sono io, signore". Un uomo si fece innanzi, tendendo ad Art l'elsa della spada in segno di sottomissione.
Art disse: "In questa storia tu sei stato solo una pedina, Damas: non fosti tu a chiedermi di combattere per te perci io ti perdono e ti concedo salva la vita. Per gli altri tuoi misfatti, questa  la mia sentenza: le tue terre andranno a tuo fratello e tu lo servirai come un vassallo; cavalcherai inoltre sul palafreno di una dama finch non ti dimostrerai degno del destriero di un cavaliere". Fece una pausa per tergersi il sangue dagli occhi, poi aggiunse: "Accolon era un uomo pi ardito che saggio. Mettete il suo corpo su un carro e portatelo alla mia fortezza a Camelot, consegnatelo a mia sorella, regina di Gorre, come dono da parte mia e ditele che Excalibur e il fodero sono in mano mia e che, quando sar guarito dalle mie ferite, mi occuper di lei". A quel punto Art fece per accasciarsi ma i servi di Damas lo sorressero, lo portarono in un maniero nelle terre di Damas, dove vivevano donne esperte nell'arte della guarigione e l il re giacque in un letto per alcune settimane.
Morgana, frattanto, procedeva col suo piano. La stessa notte in cui Art si batt con Accolon, si avvicin furtivamente al letto di suo marito Urien, armata di una spada e intenzionata ad assassinarlo. Rimase alcuni istanti in piedi accanto al letto, guardandolo dormire con sinistro compiacimento. Quell'indugio salv la vita a Urien: suo figlio Yvain, avvertito da una cameriera di Morgana, arriv in tempo per fermare la mano della madre. Il ragazzo avrebbe potuto ucciderla ma Morgana astutamente cadde in ginocchio e piangendo protest che un demone l'aveva stregata ma che ora era di nuovo in s. Yvain le credette.
Art non sapeva nulla di questo incidente, il luogo dov'era convalescente era lontano e tranquillo. Le donne che lo accudivano non parlavano, comunicavano tra loro a gesti, le loro austere vesti nere scivolavano sul pavimento emettendo appena debolissimi fruscii. In quella camera silenziosa, Excalibur rimase sempre stretta nel pugno di Art, il suo fodero sul pavimento accanto al letto.
Una notte quella tranquillit fu interrotta. Il re fu destato da un suono metallico. Istintivamente strinse pi forte la spada, poi volt la testa e, nella luce flebile della candela, scorse il fodero di Excalibur stretto nella mano di una donna, vide uno scintillio di gioielli e ud il fruscio di una gonna; un istante dopo sent un rumore di zoccoli sul selciato all'esterno. Allora Art balz in piedi e prese a urlare ordini alle donne che lo accudivano; esse lo armarono come comand, sellarono un cavallo e gli indicarono la direzione che la donna misteriosa e il suo accompagnatore avevano preso. Tremanti di paura di fronte all'ira del re, gli riferirono che la donna portava una corona e aveva ordinato loro di non svegliare il re e loro avevano obbedito.
Art spron il cavallo e al
galoppo usc dal cortile dell'abbazia inoltrandosi nella foresta circostante. Cavalc tutta la notte, con la sola luce della luna a indicargli la strada. Finalmente, quando il giorno spunt coprendo il terreno e i tronchi degli alberi di una tenue nebbiolina, Art ud innanzi a s uno scalpitio di zoccoli e delle voci lontane. Il bosco si apr su una pianura, dove un lago ristagnava scuro nella luce fioca. Per un attimo i gioielli del fodero di Excalibur brillarono sull'acqua, poi svanirono, mentre anelli di onde concentriche increspavano la superficie del lago.
Sulla sua riva il re scorse alcune statue di pietra, che altri non erano se non la malvagia Morgana circondata dai suoi soldati, immobili nelle pose in cui erano stati pietrificati. Le statue erano cos realistiche e piene di movimento che Art si avvicin per toccarle: erano proprio pietre, fredde e umide di nebbia. Tutt'intorno, regnava il silenzio.
"Una giusta punizione per la strega e i suoi servitori", disse Art. Quindi gir il cavallo e si diresse verso Camelot.
Trov ad attenderlo Urien di Gorre, prostrato dal disonore che sua moglie aveva gettato sul suo nome, era disposto a dare la propria vita per cancellare la macchia, ma Art rifiut. Si offr di partire per le proprie terre ma il re non voleva mandarlo in esilio. Urien era un uomo leale e un valente alleato, suo figlio Yvain per si era dimostrato debole, lasciandosi troppo facilmente ingannare dalla madre. Art lo allontan dalla corte per un anno, affinch si temprasse andando alla ventura. L'impetuoso Galvano di Orkney, risentitosi per l'affronto fatto a suo cugino Yvain, decise di andar via con lui. Anche da morta, dunque, Morgana continuava a seminare discordia. In realt, non era affatto morta n pietrificata da un sortilegio. Invi infatti ad Art un messaggero, un giovane cavaliere dai modi assai rozzi che rispondeva al nome di Manassen e parlava con l'accento sonoro della gente della costa occidentale. Arriv a Camelot senza scorta e consegn fiducioso le armi alle guardie di Art, annunciando che nessuno poteva nuocergli perch stava servendo una dama. Ci fu una fortuna per lui, perch, nell'udire il suo messaggio, Art sbianc di rabbia.
"Vengo per conto della dama Morgana la fata", disse Manassen. "Ella mi prega di riferirvi che non vi teme, dal momento che ha il potere di tramutare se stessa e i suoi servitori in pietre e poi riportarli alla vita. Dice che rimarr nelle sue terre di Gorre e che i castelli e le cittadine del suo regno possono resistere a qualunque esercito e che quando arriverete alla fine dei vostri giorni, sar lei a darvi il benvenuto nel regno dei morti". "Una sorella premurosa", replic Art. "Date a quest'uomo da bere e da mangiare e rimandatelo per la sua strada".
Dopo questo messaggio, Morgana rimase a lungo in silenzio. L'estate cedette il passo all'autunno e la fortezza di Camelot si prepar ad affrontare l'inverno. Dai campi circostanti, il grano, l'orzo e la segale vennero portati nel castello e stipati in alti granai. Le mele vennero raccolte e ammucchiate negli essiccatoi. A novembre, il "mese spietato", vennero condotti dentro la fortezza gli animali che non potevano essere nutriti durante l'inverno: il bestiame dai pascoli, i maiali dalle foreste dove avevano scorrazzato come animali selvatici, nutrendosi di castagne e ghiande. Vennero macellati e le loro carni messe sotto sale per conservarle durante la stagione fredda. I soldati di Art che erano partiti alla ventura per la Britannia fecero ritorno a Camelot, stanchi e provati: l'estate, non l'inverno, era la stagione della guerra. Durante le sere invernali, nella grande sala fumosa del castello, rallegrarono Art e la regina Ginevra con i racconti delle loro imprese.
Un pomeriggio d'inverno, quando ormai una spessa coltre di neve imbiancava i tetti e i campi e il lamento dei gufi echeggiava nelle foreste, poco prima che la campana del coprifuoco suonasse per segnalare la chiusura dei cancelli del castello, giunse a Camelot un altro messaggero di Morgana: una giovane donna a cavallo, scortata solo da un paggio. Era una fanciulla graziosa, dall'aspetto fragile e cos timida che parlava sussurrando.
Alle guardie, che mandarono i cavalli alle stalle e il paggio nelle cucine, la fanciulla chiese di parlare con Ginevra. La condussero da Kay il siniscalco, il quale, giudicandola innocua, la guid attraverso stradine e cortili innevati fino alla Torre della regina. La preg di seguirlo su per una scala a chiocciola e infine la introdusse in una piccola stanza, col pavimento di pietra ricoperto di pelli di cervo e il soffitto a volta decorato con stelle intarsiate. Sulle pareti di pietra affrescate, cacciatori dalle vesti colorate inseguivano un cervo attraverso campi verdi, punteggiati da mille fiori e popolati da vivaci animaletti: lepri e volpi, tassi e porcospini; nel cielo sopra i campi, scriccioli e pettirossi disegnavano piccoli voli e cantavano silenziosamente per la regina Ginevra. In quella stanza, riscaldata soltanto dal fuoco brillante di un profondo focolare, vi era anche un letto alto, adorno di arazzi. Accanto al fuoco, avvolta in un mantello di pelliccia per proteggersi dal freddo, sedeva la regina, che salut cortesemente la fanciulla e le chiese quale messaggio recasse.
Quand'ebbe udito il racconto della fanciulla e visto ci che ella portava in dono, Ginevra mand un giovane paggio a chiamare il re. Art arriv prontamente, scuotendo via la neve dai capelli e dalle spalle e levandosi il mantello mentre entrava nella stanza. La regina spinse innanzi gentilmente la fanciulla e con un gesto la invit a parlare. "La mia signora, regina di Gorre e vostra sorella, vi manda i suoi saluti", disse la ragazza. "Ella desidera che voi accettiate da lei questo dono e promette che far ammenda di ogni offesa che vi ha recato, nel modo che voi vorrete".
"Davvero?", disse Art alquanto incredulo. "Vediamo dunque questo dono della pace". Accanto al focolare, sullo sgabello della regina, giaceva un mantello di lana color crema, decorato sul bordo con un motivo in oro e argento: era una bella protezione contro il freddo, decisamente adatta a un re.
La fanciulla aggiunse sussurrando che Morgana stessa l'aveva tessuto, lo sollev dallo sgabello e lo porse ad Art.
Un leggero suono metallico echeggi tra le pareti della stanza, come l'ombra di una voce troppo flebile perch alcuno potesse distinguerne le parole. Art, che stava per prendere il mantello, le intese e si ferm. "Ragazza", disse, "questo mantello che hai portato vorrei vederlo prima indosso a te".
La messaggera di Morgana guard il re attonita mentre le sue guance imporporate dal freddo sbiancavano. Scosse il capo e lentamente si ritrasse da Art, incapace di proferire parola. Poi sussurr: "Signore, non  conveniente che io indossi il mantello di un re".
"Nondimeno, ora lo indosserai", disse Art. La sua voce era ferma, e la fanciulla chin il capo, non potendo disobbedire a un ordine del re. Con movimenti lentissimi, dispieg il mantello, se lo gett dietro la schiena ed esso ricadde sulle sue piccole spalle e sul pavimento in pieghe ben disegnate.
La fanciulla diede un unico grido, che fu coperto dalla piccola deflagrazione che segu. I capelli le si drizzarono sulla testa, ogni ciocca trasformata in una torcia scoppiettante. Il suo volto si anner e si spell, gli occhi accecati si sciolsero, la bocca le si spalanc in una smorfia di dolore. Ginevra distolse lo sguardo da quello spettacolo spaventoso ma Art rimase immobile a guardare il fuoco sprigionatosi dal mantello inviato da Morgana. La fanciulla si accasci agonizzante, cadde in un vortice di fiamme. In ultimo, non rimasero di lei che una macchia scura e un mucchio di ceneri.
" finita", disse il re alla sua sposa. "Faremo bene a ricordare che mia sorella agisce subdolamente,  una creatura malvagia dedita al male". Mand i soldati a cercare il paggio che aveva scortato la fanciulla ma il ragazzo era scomparso nell'aria, richiamato forse da un incantesimo di Morgana nella fortezza dove ella risiedeva.
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5. LANCILLOTTO.
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Mai donna diede alla luce e mai cavallo port in sella un cavaliere che possa rivaleggiare con quest'uomo", scrissero gli antichi narratori a proposito di Lancillotto del Lago, vero fiore della cavalleria. Egli fu la gemma pi luminosa della corona di Art e l'eroe del suo tempo; tuttavia, ebbe in sorte un destino ambiguo: considerato l'incarnazione dell'onore, visse una vita offuscata dal disonore; campione di re Art, divenne il nemico che spezz il grande cuore del sovrano.
Nubi di ambiguit avvolsero Lancillotto fin dalla nascita: era figlio del re francese Ban di Benwic, alleato di Art nei primi anni di regno del sovrano. Il suo nome di battesimo era Galaad, non Lancillotto. In seguito a una serie di cospirazioni, Ban perse il proprio trono a beneficio di un usurpatore e mor su una collina guardando il fuoco che divorava la sua fortezza e piangendo disperato per la sorte del figlioletto ancora in fasce. Il bimbo, per, si trovava al sicuro. Come se ne avessero conosciuto il destino, gli spiriti presero il figlio di Ban sotto la loro protezione. Per tutta l'infanzia e l'adolescenza, lo tennero nascosto in un palazzo che sorgeva in una regione boscosa, governata da una fata, la Dama del Lago e celata alla vista degli umani da un incantesimo: quella terra infatti, agli occhi di uomini e donne, appariva come un grande lago profondo.
Quando lo portarono nel loro mondo, gli spiriti privarono il fanciullo del suo nome di battesimo, chiamandolo il Trovatello biondo. In vista del suo ritorno tra gli uomini, la Dama del Lago, sua protettrice, gli diede un'educazione degna di un principe, affidandolo a un precettore. Quand'era ancora piccino, gli fu messo in mano un minuscolo arco con frecce leggere e gli fu insegnato a colpire prima un bersaglio e poi, quando divenne pi abile, uccelli e altri piccoli animali selvatici. Non appena fu abbastanza grande da reggersi in sella, ebbe inizio un addestramento pi serio, poich la Dama voleva che egli divenisse un abile cavaliere. Il ragazzo impar a lanciare il giavellotto e a maneggiare lo spadone e, in breve, padroneggi a tal punto le tecniche del combattimento che, tenendosi in piedi sulle staffe, riusciva a guidare il cavallo contro un avversario, controllando nel contempo una lancia lunga due volte la sua altezza.
Cos, Lancillotto trascorse la sua giovinezza apprendendo le arti della guerra, finch per lui combattere fu naturale come respirare. Divent un soldato formidabile ma anche qualcosa di pi. La sua cortesia era infatti impareggiabile, era generoso e gentile per natura e aveva un ingegno pronto e uno spirito arguto. I suoi occhi grigi erano sempre ridenti, tranne quando si adirava.
Era lo scudiero preferito della Dama e brillava persino al fianco di Lionel e Bors, i suoi cugini che la Dama aveva cresciuto insieme a lui.
Re Art vide per la prima volta il giovane, che gli avrebbe dato grande gioia e grande dolore, una sera di giugno, diciotto anni dopo la morte di Ban di Benwic. Il re aveva cacciato tutto il pomeriggio in una foresta nei pressi di Camelot. Al calar del sole, quando la luce cominci a filtrare obliqua attraverso i rami e il canto degli uccelli a riecheggiare tra le foglie, Art gir il cavallo e si diresse verso il palazzo. Galvano gli cavalcava accanto in complice silenzio: i due uomini avevano combattuto fianco a fianco in tante battaglie e avevano cacciato insieme per tanti anni, che non avevano bisogno di parlare; perci, quando le loro orecchie captarono un rumore di zoccoli di cavalli e un suono di campanelli di briglie, nessuno dei due disse una parola, fermarono i loro destrieri e rimasero in attesa.
" la regina, immagino", disse infine Galvano. Art scosse il capo, forse colpito da un'intima premonizione ? forse avvertendo, dal suono particolarmente acuto dei campanelli che i demoni erano vicini.
Poco dopo, apparvero degli sconosciuti: una comitiva che avanzava serpeggiando nella boscaglia, illuminata a tratti dalla debole luce del sole. Un ragazzo a piedi tirava due muli da soma bianchi, carichi dei pezzi di un'armatura bianca e di schinieri argentati. Dietro di lui, su candidi cavalli, venivano alcuni scudieri: il primo portava uno scudo bianco, il secondo un elmo bianco, il terzo una lancia bianca, il quarto una spada bianca e l'ultimo tirava un cavallo da battaglia anch'esso bianco, senza cavaliere. Altri servi seguivano, battendo la strada a una donna e a un uomo, che guidavano la compagnia.
La donna indossava una tunica del colore della luna e aveva il volto celato da un velo pi lieve di una nuvola. Il palafreno su cui cavalcava aveva briglie d'argento, una sella d'avorio e una gualdrappa immacolata che ricadeva in larghe pieghe fin quasi al suolo. L'uomo al suo fianco si reggeva in sella con la naturalezza e la grazia del cavaliere esperto, era alto e vestito di bianco e d'argento e il suo sguardo era solenne e fermo.
"Vi saluto", disse Art. "Non accade spesso che gli spiriti vengano tra noi". La Dama sollev il velo affinch Art potesse vederla in viso. "Vi saluto, Maest", replic. "A dire il vero, non siamo tutti demoni, io vi porto, come si conviene, questo principe che ho cresciuto. Il suo posto  al vostro fianco,  un soldato senza eguali, e io chiedo che lo nominiate cavaliere al solstizio d'estate. Il suo nome  Lancillotto".
Il re lanci un'occhiata a Galvano, il quale annu: quell'uomo era pi prestante di ogni altro della compagnia di Art ed era stato addestrato dalle divinit ancestrali che erano esperti nell'arte del combattimento pi di qualsiasi mortale. Era degno di occupare il posto del figlio che Art non aveva avuto. "Signora, lo prendo con me e volentieri", rispose Art.
La Dama si volse verso il figlio adottivo con le lacrime agli occhi. "Addio, figlio di re", disse. "Non posso rivelarti il nome di tuo padre ma lo scoprirai presto.
"Quando saranno pronti, mander i tuoi cugini a raggiungerti e a combattere al tuo fianco. Non trattenerti a lungo alla
corte di re Art: il castello non  luogo per i soldati. Cavalca per le strade aperte e dimostra il tuo valore agli occhi degli uomini".
Lancillotto guard la donna allontanarsi e infine scomparire con un bagliore nel bosco ormai quasi buio. Poi cavalc con Art e Galvano verso Camelot.
Come aveva promesso, Art nomin Lancillotto cavaliere.
Ginevra in persona gli affibbi la spada alla cintura. Lancillotto trem al suo tocco ma era un ragazzo non ancora avvezzo alle donne, perci gli astanti che notarono quel fremito sorrisero incantati da tanta timidezza.
Lancillotto si inginocchi di fronte al re e alla regina per pronunciare il giuramento di fedelt, chiese, com'era consuetudine, di poter diventare cavaliere e vassallo della regina, per difenderla e ricevere i propri trofei in suo onore. Mentre formulava la domanda, alz lo sguardo per accogliere la benedizione di Ginevra. Per un istante, la regina e Lancillotto si persero l'uno negli occhi dell'altra come se le loro anime si compenetrassero.
Era lo stesso fatale sguardo che tempo addietro aveva avvinto
Uther Pendragon, il padre di Art, a Igraine di Cornovaglia e re Art alla sorellastra Morgause.
Tuttavia era pi che un lampo di desiderio e non prometteva solo volutt. Un tremito di sorpresa e di sofferenza subito represso, attravers il volto di Ginevra; annuendo, acconsent alla formale richiesta e diede a Lancillotto il permesso di partire per andare alla ventura. Il giovane lasci la corte immediatamente, portando con s solamente uno scudiero. Viaggiare andando in cerca di avventure e in difesa dei deboli e degli oppressi era il mestiere dei cavalieri a quei tempi. Educati a combattere sin da piccoli, essi riuscivano a essere veramente se stessi solo in guerra; dovevano continuamente cimentarsi in battaglie per provare la loro abilit e il loro coraggio. Re Art aveva riunito e pacificato la Britannia ma a quell'epoca la regione era un'isola ben diversa
da oggi: coperta di foreste impenetrabili, comprendeva regni e popoli isolati,
poco conosciuti e anche gli ultimi territori nascosti dei demoni. In Britannia, come pure nelle Fiandre, in Bretagna e nei regni francesi, le guerre private e le faide, spesso sanguinosissime e lunghe decenni, erano assai comuni.
Perci poteva capitare che un cavaliere errante varcasse il confine di un territorio sconosciuto e si trovasse nel bel mezzo di una guerra.
Anche gli svaghi costituivano un addestramento per eventuali battaglie. In ogni regno, anche il pi piccolo, si tenevano regolarmente dei tornei, che non erano le esibizioni disciplinate e civili tipiche di epoche pi tarde. Salvo per il fatto che venivano pubblicamente annunciati, che si allestivano zone dove i cavalieri feriti o esausti potessero riposare e che i migliori combattenti venivano premiati, i tornei erano pressoch identici alla guerra. Quando i cavalieri venivano disarcionati dalle lance, combattevano a terra brandendo gli spadoni a due mani. Gli sconfitti dovevano consegnare ai vincitori il loro intero equipaggiamento: armatura, armi e cavallo.
Si trattava di una perdita davvero considerevole, poich il corredo d'armi e il destriero di un cavaliere costavano quanto una mandria di buoi, una vera fortuna. Alcuni cavalieri indigenti si arricchirono grazie alla loro valentia, partecipando a un torneo dopo l'altro e collezionando armi che gli avversari sconfitti ricompravano con oro. Altri, come Lancillotto e Galvano, combattevano solo per la gloria e per proprio diletto. Delle avventure di Lancillotto, gli antichi narratori ci hanno tramandato solo cronache incomplete, racconti episodici di battaglie e tornei svoltisi in luoghi e date solo vagamente precisati.
Del suo primo viaggio, intrapreso prima che egli scoprisse il suo vero nome e il suo lignaggio, si sa che Lancillotto cavalc fino nel riorthumberland in cerca del castello chiamato Dolorous Garde e di alcuni cavalieri di Art che l erano scomparsi.
Il viaggio lo port in una terra fredda e ostile, pressoch inabitata, tranne che per rari villaggi in rovina, i cui miserabili abitanti, vedendolo, rimasero ammutoliti; di fronte alle sue domande, fuggirono spaventati o risposero balbettando confusamente. Quando finalmente scopr di essere vicino alla sua destinazione, Lancillotto lasci il suo scudiero in un boschetto e prosegu da solo, cavalcando attraverso brughiere ondulate, coperte da una vegetazione bassa e stentata, fino al luogo dove sorgeva il castello. A prima vista, questo pareva una fortezza abbandonata. Le sue merlature si ergevano alte sopra un affioramento di roccia, i gabbiani volavano intorno alle mura senza finestre e i loro gridi acuti e il lamento del vento erano i soli suoni udibili in quel luogo. Lancillotto si ferm al riparo di alcuni alberi per valutare la situazione. Pareva non vi fosse modo di avvicinarsi alla fortezza senza farsi scorgere.
"Non  da te avvicinarti furtivamente", disse una voce tra gli alberi. Il cavallo scatt e tent di fuggire ma Lancillotto lo trattenne con mano ferma e si guard intorno. Fra i tronchi, qualcosa si mosse, fece capolino e poi si ritrasse, qualcosa di argenteo come la betulla e di bruno come la quercia. Lancillotto rimase in attesa.
"Io servo colei che  guardiana del Lago e ti ha allevato", disse la fata silvestre, finalmente fermandosi. La si distingueva dagli alberi solo per i suoi occhi. "Ella mi prega di riferirti quanto segue: dieci cavalieri fanno la guardia al cancello esterno del castello e dieci a quello interno. Il loro signore  un uomo di rame. Quando avrai superato il cancello esterno, il signore di rame cadr e i difensori saranno alla tua merc. Questi artefatti magici ti daranno una forza pari a quella dei tuoi nemici". E, cos dicendo, gli offr in dono le armi fatate.
Lancillotto, invece, rifiutandole replic "Combatter con le mie sole forze". Cavalc su per il sentiero roccioso che conduceva al castello e gridando lanci la sua sfida. Non ebbe risposta ma si ritir sulla piana ai piedi del sentiero per prepararsi a combattere. Il cancello si spalanc. Ne usc un cavaliere che, veloce come il vento, and alla carica guadagnando velocit sul sentiero scosceso. Lancillotto rimase immobile sul suo cavallo bianco: reggendosi alla sella, alz la lancia e la tenne ben ferma. La sua punta penetr attraverso la fessura oculare dell'elmo dell'avversario, sollevandolo
dal cavallo. Il soldato ricadde al suolo, batt la testa e si ruppe il collo, rimanendo inerte ai piedi di Lancillotto. Stranamente, per, non perdeva sangue. Lancillotto se ne accorse appena, poich un secondo cavaliere spunt dal cancello e si precipit gi dal sentiero di pietra.
Lancillotto uccise anche questo cavaliere o almeno lo rese inoffensivo: il suo corpo giaceva immobile accanto a quello del suo compagno e, come questo, non perdeva una sola goccia di sangue. Mentre i cavalli dei due soldati si allontanarono al galoppo nella brughiera, Lancillotto si prepar ad affrontare un terzo avversario.
"La loro forza  pi che umana. Faresti bene ad accettare il mio aiuto", disse la fata silvestre. Lancillotto si sporse dalla sella e afferr lo scudo d'argento che ella gli porgeva. La fata si ritrasse nell'ombra di un felceto ma Lancillotto non le bad: la sua attenzione era altrove, nell'istante in cui tocc lo scudo, la sua arma fu invasa da una gran forza e la sua mente da una furia bellicosa. Combatt con rabbia selvaggia, attento soltanto alle lance e alle spade degli avversari, senza accorgersi che le ore passavano e la luce si affievoliva. La battaglia termin improvvisamente com'era cominciata. Intorno cal nuovamente il silenzio, rotto soltanto dai gridi dei gabbiani. Ai piedi di Lancillotto, giacevano dieci corpi, che sotto i suoi occhi si dissolsero nel terreno. Dinanzi a lui, il cancello del castello era spalancato su una vuota oscurit.
"Alle prime luci dell'alba combatterai al cancello interno", disse la fata silvestre. "Porterai con te un altro scudo. Ora riposati, io star di guardia".
Nell'alba grigia, reggendo lo scudo che la fata gli consegn, Lancillotto risal il sentiero e varc il cancello spalancato. Nell'ampio spazio tra le mura esterne e le mura interne di Dolorous Garde, stavano schierati dieci cavalieri, dieci uomini senza volto incappucciati con elmi di ferro.
In alto, sull'arco sovrastante il cancello, stava la statua di un grande soldato di rame, con lo sguardo immobile rivolto verso il basso. Mentre Lancillotto la guardava, la statua si inclin e cadde, abbattendo uno dei dieci cavalieri. Con la spada in una mano e lo scudo d'argento nell'altra, Lancillotto caric gli altri. Quelli che non fuggirono vennero uccisi.
Il cancello interno di Dolorous Garde lentamente si spalanc. La fata silvestre comparve, lieve come un'ombra. Con un cenno, invit Lancillotto a entrare; rigido e zoppicante per una ferita alla gamba, avanz e guard in alto, come la fata lo invit a fare: su ogni merlo delle mura interne era infilato un cranio coperto da un elmo. Ai piedi delle mura, in corrispondenza di ogni teschio, stava una lapide che recava inciso il nome del cavaliere morto. Solo una lapide era senza nome, una lunga lastra di marmo che giaceva piatta sull'erba.
Sulla pietra erano incise queste parole: Questa lastra mai sar sollevata da mano o forza umana, salvo da colui che conquister questo castello doloroso: il suo nome  scritto qui sotto. " questo il luogo dove giacer?", chiese Lancillotto. La fata annu. Egli si inginocchi, infil la mano sotto la lastra e la alz. Il marmo si sollev completamente, rivelando le parole incise sul suo retro: Qui giacer Lancillotto del Lago, figlio di Ban di Benwic. Cos Lancillotto conobbe le proprie origini e la propria fine. Se prov dolore o paura, non lo diede a vedere. Si rimise in viaggio e comp altre gloriose imprese, la cui eco arriv fino a Camelot. Alla corte giunse voce che egli si era cimentato in molti combattimenti, annientando giganti e uccidendo arroganti soldati. Si seppe anche che un cavaliere di nome Turquin aveva imprigionato Gaheris, fratello di Galvano, e anche Kay, Ector e Lionel. Lancillotto si era battuto
La perfida fata Morgana forgi uno scudo incantato, decorato in rilievo con le figure di un re, una regina e un cavaliere. Le immagini sbalzate svelavano l'amore segreto di Ginevra e Lancillotto, un tradimento di cui re Art rimase all'oscuro per molti anni.
Quando alcuni mesi, un anno, o forse due furono trascorsi, Lancillotto ritorn a Camelot, avendo dato prova del proprio valore: era pi magro di quando era partito, la sua giovane pelle morbida era sciupata e coperta di cicatrici e il suo sguardo fiducioso si era fatto circospetto, la bianca armatura era scomparsa, distrutta in qualche battaglia; cos trasfigurato, Lancillotto avanzava lungo la strada che portava al castello. Galvano, che per un po' era stato suo compagno di viaggio e che nutriva per lui quel virile attaccamento che un cavaliere prova per l'altro, grid il suo nome: lo aveva riconosciuto a distanza dal suo modo di cavalcare.
Non appena venne condotto nella sala del trono e rivide la regina, Lancillotto ebbe la certezza che nulla era cambiato. Tuttavia, il suo senso dell'onore gli impediva di andar oltre quello sguardo. Re Art era il suo signore: gli aveva giurato fedelt e aveva stretto con lui il legame pi sacro che un cavaliere potesse avere; neppure Ginevra and oltre, era la figlia di un re e la sposa del sovrano di Britannia, lo amava ed era custode del suo buon nome.
Negli anni a venire, tuttavia, a un certo punto Lancillotto e Ginevra cedettero alla passione. Le versioni di questa storia sono cos diverse e contrastanti che  difficile stabilire cosa accadde. In ogni caso, essi divennero segretamente amanti e tali rimasero per molti anni. A Camelot la riservatezza non era certo di casa, eppure nessuno aveva scoperto la loro relazione; sulla corte di Art tuttavia, vegliavano occhi non solo mortali, che spiavano per conto di esseri bramosi di distruggere il potere di Art.
La fata Morgana, con un incantesimo, si tramut in corvo e dalle sue terre
avvolte di magica nebbia vol fino a Camelot per spiare bigliettini, gesti, sussurri e quando le si present l'occasione, decise di smascherare i due amanti.
Un autunno re Art tenne corte a Londra e l riceveva i cavalieri di ritorno dalle loro avventure estive. Ad uno ad uno, i soldati entrarono in citt e sedettero nella sala del re, per raccontargli le loro imprese; Galvano di Orkney arriv tra gli ultimi, provato e coi capelli ingrigiti. Un pomeriggio gelido, sedette presso il focolare di Art e rifer le sue prodezze al re e alla regina; il racconto, lungo e pieno di divagazioni, si chiuse con una storia assai drammatica: Galvano era stato preso in trappola da un principe di nome Carados, che lo aveva disarmato e imprigionato in una torre di pietra nel cuore di una foresta; Lancillotto l'aveva liberato, uccidendo Carados, era stata una grande battaglia: Galvano vi aveva assistito dalla finestra della sua prigione e la descrisse dettagliatamente ad Art. La regina ascoltava assorta, sorda alla pioggia che batteva sul selciato all'esterno, ai cani che giocavano intorno ai suoi piedi sul pavimento di giunco, ai paggi che andavano avanti e indietro, portando vino e carne per rifocillare Galvano. Quando questi termin la sua storia e si ferm per bere, ella disse: "E che ne  stato di Lancillotto?".
"Mi lasci non appena vide che ero in grado di cavalcare. Mi disse che stava andando in un bel posto. Pensavo di trovarlo gi qui col re".
Se il cuore di Ginevra si strinse per l'impazienza e il desiderio, ella non lo diede a vedere. Era avvezza alle separazioni ed era una donna molto forte. Disse soltanto "Egli non  qui. ??? abbiamo avuto sue notizie".
"In tal caso, forse sar andato nelle sue terre", disse Galvano distrattamente. Lancillotto, nel corso degli anni, aveva infatti riconquistato le terre di suo padre in Francia e acquisito anche terre in Britannia, fra cui la fortezza settentrionale di Dolorous Garde, donatagli da Art e ribattezzata Joyous Garde.
Lancillotto, per, non si trovava nel suo castello n in Francia. Quella stessa sera, una giovane fu introdotta nella sala, una donna alta e dalla carnagione bruna, che portava un mantello da viaggio col cappuccio. Stava in piedi tra due guardie e guardava gli astanti con sussiego. Art fece cenno ai soldati di lasciarla. Allora ella disse: "Sire, vengo da terre lontane e reco strane notizie. Prima che io parli, desidero mi venga garantito che non sar biasimata ? punita per quanto dir. Alcune delle mie notizie potrebbero essere offensive". Nel dire ci, lanci uno sguardo a Ginevra.
"Parlate", replic Art. "Alla mia corte nessun messaggero ha mai ricevuto alcun male per le notizie che ha recato".
"Maest, vi porto notizie di Lancillotto del Lago. Sappiate che non lo vedrete mai pi nella vostra dimora n voi n alcuno della vostra compagnia, poich egli si trova in un luogo dove non potr essere facilmente trovato e non condurr mai pi il suo scudo in battaglia". Ginevra si alz lentamente, intenzionata a lasciare la sala. La messaggera disse: "Sire, se permettete alla regina di andarsene, non dir oltre". Ginevra rimase dov'era, con le mani nervosamente strette ai braccioli del suo trono di legno. "Ser Lancillotto venne ferito dopo che lasci questo cavaliere", prosegu la donna indicando Galvano, che annu. "La ferita si  infettata ed egli, trovandosi in pericolo di vita, mi ha confessato la vile colpa che ha commesso contro il suo signore. Mi ha detto di aver tradito Sua Maest con la sua sposa, la regina. A lei Lancillotto manda questo pegno, affinch ella sappia che queste parole sono la verit.  il pegno che ella stessa gli diede". La messaggera allung una mano ed
esib un pesante anello, ornato delle insegne di Lancillotto. Gli astanti lo guardarono.
Ginevra si volse verso il re e, con voce ferma, ricus l'accusa. "Se mai io feci di pi che lodare le nobili virt di Lancillotto", disse, "possa la mia lingua tacere prima che io abbia finito. Egli era il pi bello e il migliore di tutti i cavalieri, superiore a tutti loro per valentia. Iddio mi  testimone che Lancillotto si sarebbe fatto strappare gli occhi dalla testa prima di proferire le menzogne che Un anello d'oro adorno di scudi questa donna ha riferito. Dio e il mondo sanno, che io non ho mai amato Lancillotto, n egli ha
mai amato me di un amore peccaminoso.
"Anche se credeste a ci che questa donna afferma, io non rifiuterei l'anello, e perci mi biasimi chi vuole. Non mi importa, poich  un biasimo senza fondamento".
Cos la regina Ginevra giur solennemente il falso dinanzi al proprio marito e alla propria gente. Art le credette e lo proclam. Nell'udire la risposta del re, la messaggera alz le spalle, si volse e fece per lasciare la sala. Galvano ordin alle guardie di fermarla e queste la trattennero per le braccia.
"Chi servite, signora?", domand Galvano. "Dove avete nascosto Lancillotto?". "Il luogo dov' nascosto non posso rivelarlo ma quanto al mio padrone, servo la mia signora, la regina di Gorre". Le guardie fecero un gesto di scongiuro.
"Lasciate andare questa serva della regina delle menzogne", disse re Art e subito cerc con lo sguardo Galvano, il migliore dei suoi soldati dopo Lancillotto. Galvano stava gi uscendo dalla sala, seguito da Yvain e da Lionel, il cugino di Lancillotto, per andare alla ricerca del prode cavaliere scomparso.
Lo cercarono per mesi ma le notizie che inviarono ad Art erano poco
incoraggianti. Lo scudo di Lancillotto era stato ritrovato; lui stesso era
stato visto, debole e ferito e in preda al delirio; poi era scomparso di nuovo.
Trascorse un anno prima che Lancillotto ritornasse finalmente da re Art, pallido ed emaciato, raccontando di come la fata Morgana lo avesse catturato con l'inganno e poi drogato per potergli sfilare dal dito l'anello e infine, con un sortilegio, l'avesse fatto uscire di senno e lasciato vagare nei boschi.
La regina pianse le sue ferite e le sofferenze che aveva patito per liberarsi dal sortilegio. Se qualcuno pens male di lei, non os dirlo. La sua gente l'amava e la
rispettava per come aveva difeso l'onore di Lancillotto. La sua era per una difesa immeritata e negli anni a venire molti occhi sorvegliarono il cavaliere e Ginevra.
Eppure quel periodo fu sereno e prospero. In estate i cavalieri partirono per andare alla ventura come avevano sempre fatto. Lancillotto, come sua consuetudine, mand i suoi prigionieri ad arrendersi al cospetto della regina, onorandola con la propria valentia. A corte, egli, insieme a Galvano, fu sempre a fianco di re Art.
E mentre i cortigiani tenevano d'occhio gli amanti, problemi ben pi gravi si profilavano all'orizzonte, lanciando una grande sfida ai cavalieri della Tavola Rotonda.
Attraverso le canzoni dei menestrelli e i racconti di viaggiatori, a corte giunse voce che una regione nel nord della Britannia era stata colpita dalla carestia, perch il talismano che la proteggeva era stato sottratto e il re che la governava ferito.
Solo il Cavaliere Perfetto poteva spezzare quel sortilegio e riportare quella terra alla vita. Diversi cavalieri si cimentarono nell'impresa. Lancillotto fu il primo. And a trovare il re ferito e giacque con la figlia di lui, che diede poi alla luce un maschio. Tuttavia, non riusc a trovare il talismano, il Santo Graal, perch il suo
onore era macchiato dalla relazione con Ginevra, un tradimento verso il re che egli serviva. Il fallimento di Lancillotto svel ci che nessuno poteva immaginare, che egli non era il Cavaliere Perfetto, il migliore al mondo.
Tuttavia, la storia della ricerca del Graal non riguarda il destino di Art. Perci qui ricorderemo soltanto che, quando fu abbastanza grande, il figlio di Lancillotto, il cavaliere senza macchia che portava il nome di battesimo di suo padre, Galaad, arriv alla corte di Art. Dopo il suo arrivo, il Graal ricomparve all'improvviso nella sala del trono di Art, fluttuando nell'aria. Allora lo splendido manipolo di Art, Lancillotto, Lionel, Bors, Galvano, Parsifal, Galaad e tutti gli altri cavalieri della Tavola Rotonda, part verso il nord con gli stendardi al vento per restituire il Graal e liberare la Terra Desolata dalla sua maledizione.
I cavalieri furono testimoni del miracolo: Galaad, il Cavaliere Perfetto, pronunci le parole che liberarono la Terra Desolata. Parsifal rimase a governarla nel palazzo del vecchio re. Quell'impresa, tuttavia, segn nel profondo la compagnia di Art: alcuni cavalieri morirono e altri persero il senno. E Lancillotto aveva fallito e perduto la sua gloria, sebbene i suoi compagni non sapessero il perch.
I cavalieri che fecero ritorno a Camelot diedero vita a una corte diversa: i pi giovani e irrequieti iniziarono a unirsi in fazioni, non ancora apertamente ribelli ma insofferenti dell'autorit di re Art; vi furono cospirazioni segrete e continui spargimenti di sangue. Mentre Art invecchiava, i suoi nemici crescevano in numero e in forza. Il punto debole della sua armatura fu il disonore che egli ignorava, la lunga relazione di Lancillotto e Ginevra. L'arma che i demoni adoperarono per macchiare quell'armatura fu il figlio che Art aveva generato con la sorellastra Morgause, il bambino che Art e Merlino molti anni addietro avevano tentato invano di uccidere, spargendo il sangue di molti innocenti: Mordred di Lothian e Orkney.
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6. MORDRED.
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Gli antichi racconti sulla corte di re Art sono piuttosto vaghi riguardo alle vicende dei figli di Lot, re di Lothian e Orkney. Galvano fu sicuramente accolto a Camelot poco dopo la morte del proprio padre e fu nominato cavaliere nel giorno delle nozze di Art e Ginevra. Per tutta la vita, egli rimase sempre
fedele al re. Altri due figli di Lot, Agravain, bello ma di natura malvagia, e
Gaheris forse arrivarono a corte insieme a Galvano. Un quarto fratello, Gareth, famoso per il suo carattere mite, vi giunse alcuni anni pi tardi: era talmente ansioso di dimostrare il suo effettivo valore che si present sotto falso nome e serv come paggio nelle cucine del re finch gli fu data occasione di provare il suo coraggio e la sua abilit andando alla ventura.
Non molto tempo dopo la nomina di Gareth a cavaliere, sua madre Morgause arriv a Camelot, spinta, a suo dire, dal desiderio di vedere i figli. I quattro cavalieri caddero in ginocchio dinanzi a lei quando capirono che era loro madre: non la vedevano da quindici anni.
Morgause non giunse sola. Sembra che avesse portato con s il figlio pi giovane, per presentarlo ad Art. Questi era Mordred, un ragazzo pallido e misterioso quanto la madre, alla quale era molto legato. Mordred credeva che Lot fosse il suo vero padre e il suo ricordo gli era assai caro. Se Art comprese che il ragazzo era in realt il figlio suo e di Morgause, non lo disse. Mordred fu nominato cavaliere come i suoi fratelli prima di lui e accolto nella compagnia della Tavola Rotonda. Galvano vegli su di lui come faceva con gli altri fratelli, anche Lancillotto, per amicizia verso Galvano, sorvegli il giovane cavaliere.
Morgause rimase a corte, riverita come la sorella del re. Ad esclusione di lei e Art, nessuno sapeva che in giovent erano stati amanti. Era ancora una donna molto avvenente, le sottili ciocche bianche che ne striavano i capelli corvini esaltavano i suoi delicati lineamenti come una luminosa corona, i suoi occhi non avevano perso la loro avida brillantezza, n la sua voce si era fatta meno seducente. In pochi mesi, Morgause perci si trov un amante pi giovane dei suoi figli maggiori: Lamorak del Galles, considerato il terzo miglior cavaliere della compagnia di Art, dopo Lancillotto e Tristano di Lyonesse. Ai tornei, Lamorak portava i colori di
Morgause: una striscia di seta ricamata con l'aquila bicipite di Lothian e Orkney, legata sul cimiero del suo elmo.
I figli di Morgause si sentivano oltraggiati. Discendenti di fiere trib guerriere del nord, non erano uomini da dimenticare una faida tra famiglie: Lamorak infatti era figlio di Pellinore delle Isole, il cavaliere che molti anni addietro aveva ucciso Lot in battaglia. Galvano, che all'epoca della morte del padre era appena un ragazzo, aveva giurato vendetta e l'aveva ottenuta. Poco dopo la nomina a cavalieri, lui e Gaheris avevano ucciso Pellinore in duello. Ora la loro rabbia divamp di nuovo: giacendo con il figlio di Pellinore, Morgause li disonorava.
A quell'epoca i figli di una vedova avevano diritto d'arbitrio sulla madre; Galvano e i suoi fratelli decisero quindi di esercitarlo, allontanarono Morgause dalla corte e la sistemarono in un grazioso casino di caccia distante alcune miglia da Camelot. Morgause, che evitava sempre gli scontri aperti, acconsent, sorridendo arrendevole, e lodando la sollecitudine dei figli, si convinse che per lei del resto era una privazione relativa: disponeva di una bella dimora e di numerosi servitori.
Dopo appena una settimana, per, Morgause mand a chiamare Lamorak. Gaheris scorse la cameriera della madre mentre parlottava col cavaliere gallese in un corridoio del castello, cos, quando Lamorak usc a cavallo da Camelot, Gaheris
lo segu tenendosi a debita distanza. Arriv alla dimora di Morgause di sera e trov
il destriero di Lamorak legato alla porta posteriore; in silenzio smont da cavallo ed entr nella sala di ricevimento, dove i servi di Morgause dormivano su pagliericci accanto al focolare. Raggiunta la porta della camera da letto della madre, Gaheris si ferm. Vide lo scudo, la spada e l'armatura di Lamorak posati su uno sgabello l accanto, allora sguain la spada e apr la porta.
Morgause dormiva nel grande letto, col viso pallido rivolto verso di lui e i capelli sciolti sulle spalle nude; in un lampo, Gaheris le si avvicin e le conficc la spada nella gola, lanciando un grido di rabbia cos forte che fece balzare Lamorak dal letto. Il sangue sgorg schizzando sulle lenzuola e addosso ai due uomini, Gaheris si raddrizz, ansimante e piangente e guard Lamorak che stava in piedi oltre il corpo agonizzante di Morgause. "Pazzo scellerato, hai ucciso la donna che ti ha concepito!", url il cavaliere gallese.
Gaheris, folle di rabbia, ud appena quelle parole e gridando replic "Bada a ci che dici. Tuo padre uccise nostro padre e noi non possiamo tollerare che nostra madre giaccia con te; questa  la fine della sua sfrontatezza. Non posso affrontarti ora poich sei disarmato ma fa' attenzione, Lamorak: se fuggirai, io e i miei fratelli ti troveremo". Accecato dall'ira, Gaheris usc dalla stanza scansando brutalmente i servitori che si erano affollati sulla soglia.
A corte il gesto di Gaheris fu giudicato severamente ma non quanto lo sarebbe stato in epoche pi civili e meno sanguinose. Gaheris fu esiliato da Camelot per un certo periodo. Lamorak non ricomparve: probabilmente si rifugi nelle sue terre nel Galles. Era per un uomo morto, come Lancillotto rifer ad Art, dopo
aver discusso invano con Galvano. Entro pochi mesi, i figli di Morgause, escluso il mite Gareth, che non volle seguire i fratelli, trovarono Lamorak; lo sorpresero mentre cavalcava su una strada solitaria e, a quanto si seppe, lo affrontarono tutti insieme. Lamorak combatt coraggiosamente, solo contro Agravain, Galvano, Gaheris e Mordred. Gli uccisero il cavallo, ed egli, gi svantaggiato, li contrast a piedi; la sua forza era tale che tenne loro testa per tre ore. In ultimo, Lamorak cadde, pugnalato a tradimento da Mordred che lo prese alle spalle.
Cos la faida tra le famiglie di Pellinore e di Lot parve essersi conclusa. Il conto fu saldato da quattro uomini che si batterono contro uno solo e infine lo colpirono proditoriamente. Con tutta probabilit, nessuno, a parte i suoi fratelli, seppe del vile gesto di Mordred. A corte egli era considerato un guerriero ardito ma inesperto, era infatti cavaliere da appena due anni e i membri della Tavola Rotonda, quando andavano alla ventura, lo portavano con loro pi per non dispiacere il prode
Galvano che non per la Sua valentia
e, proprio l'affetto per Galvano, una
volta trattenne Lancillotto dall'uccidere Mordred, cos, per lealt verso Galvano, Lancillotto perse l'occasione di mutare il tragico destino di Art.
Una mattina di maggio, dopo che Mordred ebbe ricevuto gli speroni di cavaliere, il giovane e Lancillotto partirono ognuno per proprio conto da Camelot per cercare sfide degne del loro valore. Le loro strade si incrociarono nel cuore di una foresta del Galles. Lieti di ritrovarsi in compagnia in quella terra ostile, cavalcarono insieme e si cimentarono in imprese dove Mordred si distinse per coraggio e scaltrezza. Lancillotto ebbe per lui parole di lode che il giovane Mordred accolse con un fremito di piacere alquanto insolito: raramente egli mostrava di provare emozioni.
In quella stessa foresta, giunsero a un ruscello, sulla cui riva spiccava un grosso mucchio di pietre, forse la tomba di un antico principe. Il tumulo aveva un guardiano, accanto ad esso infatti sorgeva una capanna fatta con rami di salice incurvati, simile a quelle che talvolta costruivano gli elfi. Sulla soglia sedeva un uomo, appisolato alla luce di un raggio di sole. Non aveva l'aspetto di un elfo: era curvo e vecchio, coi capelli bianchi che scendevano in ruvide ciocche sulle spalle e vesti stracciate e consunte come quelle di un eremita. I due cavalieri smontarono dai cavalli e li condussero al ruscello per abbeverarli. D'un tratto, il vecchio balz in piedi e li salut con voce rotta da sibili e fischi. I cavalieri ricambiarono il saluto e cortesemente pronunciarono i loro nomi. Le rughe e le pieghe del volto del vecchio si contrassero in un sorriso grottesco, ghignante e derisorio. "D il benvenuto
ai due cavalieri pi sfortunati del
mondo", disse e Con un cenno li
invit a raggiungerlo. Lancillotto e
Mordred lasciarono i cavalli al
ruscello. Mentre si avvicinavano, l'uomo riprese a farfugliare: "Tu, Mordred, provocherai gran danno. Per colpa tua la Tavola Rotonda sar distrutta. Ucciderai tuo padre. Per causa tua, la tua nobile stirpe cesser di esistere".
"Stai vaneggiando, vecchio", replic Mordred. "Non posso uccidere mio padre, perch egli  gi morto".
L'uomo prosegu: "Re Lot non era tuo padre. Art  tuo padre. La notte che ti concep giacendo con Morgause, sogn che un serpente gli usciva dal ventre. Nel sogno, lo uccise ma poi mor stroncato dal suo veleno. Tu sei il serpente, Mordred, pieno di malvagit, spietato. Tuo padre ti uccider. La sua lancia ti perforer le viscere e la luce del giorno uscir dalla ferita. Dopo quel giorno, nessuno su questa terra vedr pi Art". Mordred gli rivolse uno sguardo minaccioso."E tu ucciderai anche me", soggiunse il
vecchio. Cos fu: Mordred sfoder la spada e con un colpo micidiale lo zitt. Quindi pul la spada sulla sua veste consunta, rinfil l'arma nel fodero e disse: "Tra tante menzogne, hai detto una cosa vera. Io ti ho ucciso, vecchio". Alz gli occhi e incontr lo sguardo severo del suo compagno.
"Che vergogna, Mordred, uccidere un vecchio inerme", disse Lancillotto stringendo istintivamente l'elsa della spada. "Se non fosse per l'affetto che porto a tuo fratello Galvano, ti ucciderei all'istante".
Non lo fece e non parl a nessuno dell'incidente. Anche quando, tempo dopo, Mordred divenne per lui un nemico mortale, Lancillotto non parl.
Dopo quel giorno, Mordred non and pi alla ventura. Rimase sempre a corte, nascosto negli angoli, acquattato nelle stalle, spiando ogni movimento di Lancillotto, temendo che potesse riferire a qualcuno la profezia del vecchio, Mordred decise di distruggerlo. La devozione di Lancillotto per la regina era cosa talmente risaputa che pochi trovavano qualcosa da insinuare in merito. Osservando il cavaliere e la sovrana, Mordred, invece, si convinse che i due erano amanti, ne parl con altri cavalieri che non avevano conosciuto Art nella sua gloriosa giovinezza ed erano insofferenti verso le vecchie tradizioni di corte. Ne parl anche ai suoi fratelli, insistentemente, ogni volta facendo insinuazioni sul disonore di Lancillotto e del re. Ne parl anche alla stessa Ginevra, usando parole molto sgradevoli. La regina era sacra e il popolo la considerava, al pari di Art, custode del benessere della Britannia, perci, la sua infedelt verso il re avrebbe rappresentato un atto di alto tradimento, che metteva in pericolo tutto il regno.
I figli di Morgause ebbero reazioni diverse. Galvano disse a Mordred di frenare la lingua e in breve cominci a evitarlo, per non incontrare i suoi sguardi allusivi e non dover ascoltare le sue chiacchiere sulle prove che aveva raccolto nascondendosi nell'ombra o origliando alle finestre. Gareth lo ignor. Gaheris e Agravain, invece, sospettosi per natura e invidiosi di Lancillotto, gli prestarono ascolto e anch'essi cominciarono a diffondere pettegolezzi sul cavaliere e la regina.
Cos una fetida nube di chiacchiere velenose si sparse per i corridoi e le stanze di Camelot, infettando chiunque sfiorasse; scoppiarono risse, poich i cugini di Lancillotto presero fieramente le sue difese e molti furono pronti a battersi per difendere l'onore della regina. Ginevra, preoccupata dall'insistenza di quelle voci malevole, per un po' si tenne lontana dall'amante ma vedere Lancillotto sempre a distanza, non dividere con lui il talamo, non rivolgergli la parola se non in presenza di altri era una terribile sofferenza, cos ella preg il cavaliere di lasciare la corte.
Da donna coraggiosa e cortese qual era, invit i suoi calunniatori a un banchetto nelle sue stanze. I figli di Lot arrivarono insieme ad altri diciannove cavalieri, alcuni chiusi in un contegnoso silenzio, altri accigliati, altri con lo sguardo sospettoso.
Ginevra li salut affabilmente porgendo loro la mano, che i cavalieri, uno dopo l'altro, baciarono inginocchiandosi. Quando tutti le ebbero reso il dovuto omaggio, Ginevra fece un segnale con la mano. I musici iniziarono a suonare e i
paggi a sfilare verso la lunga tavola carichi di piatti da portata d'argento. Ginevra sperava che la sua cortese ospitalit potesse ammansire i suoi calunniatori. D'un tratto, per, nel bel mezzo del banchetto, un cavaliere di nome Patrise d'Irlanda scatt in piedi e prese a contorcersi e rantolare, strabuzzando gli occhi mentre il suo viso diventava gonfio e nero. Infine, cadde col viso sui piatti pieni di cibo, rovesciando le brocche. I suoi pugni, serratisi nell'agonia, si aprirono: una mela appena addentata rotol sulla tavola.
Allora una sinistra risata echeggi sguaiata per la stanza: "Bel cibo offrite alla vostra gente, signora", disse Mordred. Galvano lo zitt ma il suo sguardo era cupo. Parlando per tutti i presenti, disse a Ginevra di stare in guardia, aveva offerto mele avvelenate a coloro che dubitavano di lei, un uomo era morto ma sarebbe stato vendicato. Ella l'avrebbe pagata cara. Detto ci, Galvano guid i suoi compagni fuori dalla stanza.
La vendetta non tard ad arrivare. Il cugino di Patrise, Mador de la Porte, accus la regina dinanzi al re e chiese che venisse giudicata com'era consuetudine a quei tempi: in nome del cugino morto, Mador avrebbe sfidato in duello un cavaliere disposto a sostenere l'innocenza della regina. Art lo ascolt in silenzio, non poteva difendere personalmente Ginevra perch era il re e il suo sposo ma sapeva che ella era innocente e non certo un'assassina. Tuttavia, da uomo giusto qual era, acconsent a che Ginevra venisse giudicata attraverso il duello e invit i cavalieri a proporsi come campioni della regina.
Nessuno si fece avanti. Lancillotto aveva lasciato la corte e non si sapeva dove trovarlo, non un solo cavaliere, a quanto sembrava, credeva nell'innocenza della regina al punto di rischiare la propria vita battendosi col prode Mador. In quel momento, forse Art avvert che la rete del suo fosco destino stava cominciando a intrappolarlo. Mand a chiamare Bors, il cugino di Lancillotto e gli chiese di combattere per la regina; il cavaliere disse che non poteva: aveva partecipato alla cena e perci gli altri cavalieri l'avrebbero sospettato di complicit.
La stessa regina arriv a inginocchiarsi dinanzi a Bors. Lancillotto, era lontano, ella non sapeva dove. Se Bors aveva un solo dubbio sulla sua colpevolezza, doveva difenderla.
Bors l'aiut a rialzarsi, turbato per come ella si fosse umiliata. "Signora, voi mi disonorate", disse e infine accett di battersi per lei se un cavaliere pi valente di lui non si fosse fatto avanti e quando i suoi compagni a gran voce contestarono la sua decisione, chiamando la regina assassina di cavalieri, Bors coraggiosamente rispose che la regina non poteva essere colpevole. "Mi risulta che ella abbia sempre sostenuto i cavalieri", disse Bors. " sempre stata magnanima con tutti i valenti cavalieri, la dama pi generosa in doni e in gentilezza che io conosca o di cui io abbia sentito parlare e lo prover con la mia vita".
Nel giorno stabilito, la corte si riun su un campo da torneo a Winchester. Mador de la Porte, con lo scudo in spalla e la spada alla mano, condusse il suo cavallo innanzi a re Art e grid: "Chiedi al tuo campione di farsi avanti se ne
ha il coraggio". Bors calvalc lentamente verso un'estremit della lizza.
Prima, per, che gli araldi annunciassero l'inizio della tenzone, un cavaliere arriv al galoppo sul campo: portava un'armatura bianca e aveva la visiera dell'elmo abbassata, cosicch nessuno pot vedere le sue vesti o il suo volto, si affianc a Bors e gli disse in tono formale: "Bel cavaliere, vi prego di non averne a male ma questo duello richiede un soldato pi abile di voi, perci vi chiedo di ritirarvi; oggi ho viaggiato a lungo e questa battaglia dovrebbe toccare a me.  un disonore per il re e per i cavalieri della Tavola Rotonda che una dama cos nobile e cortese come la regina Ginevra debba essere accusata e svergognata innanzi a tutti". "Mi ritiro, allora", replic Bors senza mostrare sorpresa e lasci il campo al proprio cugino, che lui stesso aveva fatto cercare. I due contendenti si volsero, abbassarono le lance per scrutarsi attraverso la lizza e poi si scagliarono l'uno contro l'altro. La lancia di Mador si spezz ma quella del cavaliere bianco resistette, gettando a terra l'avversario e il suo destriero. "Un bell'assalto!  Lancillotto: conosco il suo stile", disse Galvano a re Art. Da abile guerriero qual era, Mador si liber rapidamente dal groviglio delle briglie e alzandosi da terra sguain la spada, invitando a gran voce l'avversario a smontare da cavallo e affrontarlo a terra.
Lancillotto accett, allora i due uomini oscillarono lenti e pesanti nella danza mortale del duello con gli spadoni, "menando e incrociando le spade, facendole roteare e affondandole, cozzando l'uno contro l'altro come orsi feroci", riferiscono gli antichi narratori. Combatterono per un'ora, finch Mador fu gettato a terra, Lancillotto lo incalz ma Mador si rimise in piedi e gli vibr un gran colpo sulla coscia, ferendolo; sentendo il sangue sgorgargli dalla ferita, Lancillotto divenne una furia: colp Mador sull'elmo con tanta forza che il guerriero stramazz al suolo stordito. La mano di Lancillotto afferr l'elmo dell'avversario, pronta a strapparlo per esporne la testa al colpo di grazia. Mador chiese piet e che gli fosse risparmiata la vita, ritirava la sua accusa contro la regina.
La vittoria di Lancillotto prov l'innocenza di Ginevra, in seguito ribadita dalla confessione del vero assassino. Le mele erano state avvelenate da ser Pyonel il Selvaggio, cugino di Lamorak del Galles, il quale voleva vendicare la morte di quest'ultimo uccidendo Galvano. Era stato l'ultimo atto della faida tra i figli di Pellinore e quelli di Lot. Quando Galvano ne fu informato, tir un sospiro di sollievo e disse ai suoi fratelli: "Ora sapete che la regina  innocente, perci sospendete le vostre maldicenze". Agravain, che gli antichi narratori soprannominarono ser Agravain il Chiacchierone, rispose pronto: "Innocente dell'assassinio s ma la notte Lancillotto giace con lei ed  vergognoso che noi permettiamo che il re venga disonorato a tal modo. Dobbiamo informarlo del torto che quotidianamente gli vien fatto".
"Hai prestato orecchio a Mordred, o stolto", replic Galvano. "Frena la tua lingua. Io non ti credo e non avr parte nel tuo complotto, sebbene sia tuo fratello".
"E io neppure", gli fece eco Gaheris.
"Tanto meno io", disse Gareth. "Non dir alcun male di Lancillotto, l'uomo che mi nomin cavaliere".
"Io s", disse invece Mordred a bassa voce.
Galvano gli si avvicin minaccioso. "Ah, Mordred, son certo che lo farai: sei sempre disponibile quando si tratta di fare del male. Tu, dimentichi e anche tu Agravain, quante volte Lancillotto ha difeso il re e la regina ed  stato al tuo fianco in battaglie che tu non eri abbastanza abile da vincere. Per parte mia, non mi metter mai contro ser Lancillotto perch egli mi ha salvato la vita e ti avverto: se parlerai, tu distruggerai il regno".
"Accada quel che dovr accadere", replic Agravain alzando le spalle, "io parler comunque al re". Mordred sorrise compiaciuto. Galvano gli lanci un lungo e gelido sguardo poi lasci il cortile dove si trovavano seguito da Gareth e Gaheris.
Cos, Agravain e Mordred chiesero udienza al re in privato. Art li ricevette in una torre, in una stanza popolata soltanto da cataste di scudi e spade; mentre i due cavalieri parlavano, il re rimirava dalla finestra il fiume argenteo, i campi che orlavano il fiume, la rigogliosa foresta che si stendeva pi oltre. Agravain lo mise a parte del terribile segreto che riguardava la sua famiglia. Disse con voce mesta: "Mio signore, non posso pi tacere. Io e mio fratello Mordred siamo figli di tua sorella e non possiamo pi sopportare questo oltraggio, Ser Lancillotto giace con la regina e lo fa da molto tempo. Noi tutti sappiamo che  un traditore, e te ne forniremo la prova".
Re Art non rispose subito. Continu a guardare i campi rigogliosi e tranquilli, dorati nell'attesa di essere mietuti. Aveva gi udito quel penoso racconto settimane addietro, da sua sorella Morgana. Una sera, ella era comparsa d'improvviso su un sentiero lungo il quale Art stava cavalcando solo. L'aveva implorato di perdonarla e l'aveva condotto in un piccolo casino di caccia nascosto nel fitto di una foresta e l gli aveva mostrato pareti affrescate con scene che mostravano Lancillotto e Ginevra a passeggio da soli in un bosco, sdraiati in un campo di fiori presso la riva di un ruscello, dentro una stanza dove c'era un grande letto. Art non ne aveva fatto parola con nessuno. A nessuno aveva parlato delle notti che, dopo l'incontro con Morgana, aveva trascorso tormentandosi con amari pensieri. A nessuno aveva confidato l'amarezza e l'amore che provava verso sua moglie e il migliore dei suoi cavalieri. Egli comprese che la rete dell'oscuro destino che i demoni avevano tessuto sarebbe stata chiusa su di lui da mani umane, ormai i demoni non avevano pi bisogno della magia per distruggerlo.
Art infine disse: "Tu parli di alto tradimento ma senza alcuna prova".
"L'avrai quanto prima", replic Mordred.
Allora Art lo fiss con occhi di ghiaccio e finalmente gli disse ci che sapeva: "Tu sei il figlio del mio stesso ventre, Mordred, mandato per distruggere ci che io ho costruito. Ti avverto: troverai Lancillotto molto ostile". Ci detto, li lasci.
La questione, per, non poteva chiudersi cos; per legge un'accusa di alto tradimento doveva essere verificata e, se dimostrata, punita. Art, che quella legge incarnava, non poteva ignorare tale regola, se lo avesse fatto, la sua giustizia avrebbe cessato di esistere. La mattina del giorno seguente, Art radun una piccola compagnia e part per una battuta di caccia sulle montagne. Approfittando dell'assenza del re, quella stessa notte Lancillotto percorse le viuzze buie di Camelot e and a trovare la sua amata. Ginevra gli diede il benvenuto come tante volte aveva fatto in passato, lo invit a entrare nella stanza illuminata dal fuoco e sprang la porta dietro di lui, gli tolse mantello e spada, li mise da parte e gli parl di cose senza importanza come i vecchi amanti usano fare; era radiosa come una giovane sposa e rise forte per la gioia di averlo accanto a s.
D'improvviso, si udirono dei colpi alla porta e voci che invocavano la morte di Lancillotto il traditore e di Ginevra la regina bugiarda. I due amanti rimasero pietrificati poi Ginevra disse: "Questa  la fine del nostro lungo amore".
Istintivamente Lancillotto si guard intorno, cercando un'armatura e uno scudo. La regina per non teneva armi nella propria stanza. I colpi alla porta cessarono per qualche istante, poi ripresero pi forti e ritmati: stavano cercando di sfondarla con un ariete. Lancillotto mise un braccio intorno a Ginevra e le disse in fretta: "Sei sempre stata la mia buona signora, sin dal giorno in cui Art mi nomin cavaliere non ti ho mai abbandonata. Se morir, prega per me. Qualunque cosa mi accada, cerca riparo da mio cugino Bors. Lui e gli altri ti salveranno dalla morte e faranno s che tu viva come una regina nelle mie terre".
Ginevra scosse il capo e gli sorrise nel modo che lui ben conosceva. Lancillotto soggiunse: "Preferirei avere la mia armatura che essere il signore di tutta la Cristianit, cosicch gli uomini possano parlare del mio coraggio dopo che verr ucciso". Poi afferr la spada e disse: "Signora, siate forte,  giunto il giorno della fine del nostro amore, vender la mia vita pi cara che posso". Quindi si volt verso la porta e grid: "Signori, smettete di battere. Aprir la porta, poi potrete fare di me quel che vorrete".
I colpi cessarono, fuori dalla porta, qualcosa cadde rumorosamente sulle scale
di pietra, poi la voce di Agravain grid: "Apri dunque! Non ti servir a nulla combattere contro di noi, siamo quattordici. Ti risparmieremo la vita ma ti porteremo davanti al re".
In quell'istante, Lancillotto lev la sbarra alla porta e con la mano sinistra la tenne socchiusa, di modo che potesse entrare un solo cavaliere. Dalla fessura fece capolino un'arma: Lancillotto l'afferr e tir il guerriero dentro la stanza, richiudendo la porta alle sue spalle, quindi si volse per fronteggiare l'avversario, il cavaliere Colgrevaunce di Gorre.
Subito questi tent di colpire Lancillotto, che si scans e gli restitu il colpo, facendogli cadere l'elmo dal capo. La spada di Lancillotto vibr cos forte che Colgrevaunce cadde a terra privo di vita. Allora Lancillotto guard Ginevra, senza parlare, ella si precipit al suo fianco. Insieme spogliarono il corpo di Colgrevaunce dell'armatura, poi la regina aiut il suo amante ad indossarla, come aveva fatto anni addietro, nella loro giovinezza.
Frattanto, i nemici battevano alla porta e gridavano. Quando fu completamente armato, Lancillotto esclam: "Signori, smettete di far chiasso. Ascolta, Agravain: questa notte non mi catturerai. Se sei saggio, allontanati di qua e lasciami andare. Giuro sul mio onore di cavaliere che se te ne andrai, domattina comparir dinanzi a te e al re. Allora sapr chi di voi mi accusa di tradimento e ne risponder come si conviene a un cavaliere. Sono venuto dalla regina senza cattive intenzioni e lo prover battendomi con voi tutti".
"Se vogliamo, possiamo catturarti e ucciderti. Sappi che il re ci ha dato facolt di scegliere se risparmiarti o meno", fu la risposta.
" una menzogna", grid Lancillotto. "Se in voi la menzogna supera la cortesia, allora attenti a voi!". In un lampo egli spalanc la porta e si gett in mezzo a loro, facendo roteare nell'aria la spada. Il primo colpo uccise Agravain il Chiacchierone, poi Lancillotto uccise gli altri: Mador de la Porte, Gyngalyn, Melyot de Logres, Petipace di Winchelsee, Galleron di Galway, Melyon della Mountayne, Ascamore,
Gromerson Erioure, Cursesalyne, Florence, Lovell, tutti amici di Mordred. Mordred soltanto scamp: fu ferito da Lancillotto e si diede alla fuga.
Trionfante tra i corpi senza vita, Lancillotto implor la regina di andare con lui ma ella rifiut. Non voleva lasciare il re, disse e aggiunse con un sorriso: "Se verrai a sapere che mi hanno condannata a morte, sarai libero di venire a salvarmi".
"Finch avr vita, ti salver", replic Lancillotto. La baci e fugg, lasciandola ad attendere il suo destino nella stanza insanguinata.
Dopo poco, le guardie di Art comparvero e portarono via i corpi dei cavalieri uccisi. Dissero a Ginevra che il re aveva ordinato loro di metterla agli arresti, chiusero la porta ed ella ud il tonfo delle loro lance sul pavimento di pietra, segno che si erano messi di guardia.
La mattina seguente, il manipolo di Art si riun nella sala del trono. I cavalieri scoprirono di aver perso molti compagni: Bors si era unito a Lancillotto e cos pure Lionel, Ector de Maris e altri ventuno soldati. Le guardie riferirono che quando Lancillotto aveva lasciato la stanza della regina, li aveva trovati ad attenderlo, gi in sella ai loro cavalli, qualcuno li aveva avvisati della battaglia in corso alla torre della regina; alcuni astanti dissero che le cose erano andate diversamente: i cavalieri erano stati avvertiti da un sogno di Bors. In ogni caso, essi avevano deciso di schierarsi con Lancillotto, non con il re: la Tavola Rotonda si era divisa.
Mordred, ancor pi pallido del solito per il sangue perso, vistosamente bendato ma ancora con indosso l'armatura, interruppe bruscamente quelle chiacchiere. "La regina ha tradito e deve morire. Deve morire sul rogo", disse con voce petulante e gli occhi che brillavano. Tutti sapevano che aveva ragione. La regina era persona sacra: se veniva giustiziata per tradimento, il suo corpo esanime poteva diventare pericoloso, doveva perci essere ridotta in cenere, che il vento avrebbe disperso.
"Puah!", esclam Galvano disgustato. "Questa sete di sangue non si addice a un uomo che questa notte  fuggito da una battaglia", poi ritorn al suo solito tono pacato e disse rivolto al re: "Art, mio signore, non essere avventato, rimanda il giudizio della mia signora e regina. Ella aveva un debito di riconoscenza con Lancillotto, che la difese quando nessun altro uomo avrebbe preso le sue parti.  vero che egli  andato nella sua stanza ma potrebbe essere che l'abbia mandato a chiamare senza alcun cattivo proposito, per ringraziarlo di quanto aveva fatto per lei. Io credo che la regina tua sposa sia verso di te tanto leale quanto  buona.
"Quanto a ser Lancillotto, credo che avr la meglio su qualunque cavaliere osi accusarlo di tradimento e infamia".
"Che lo faccia", rispose il re. "Egli pu far conto sulla sua forza senza pari e non temere alcun uomo. La regina per morir e, se catturer Lancillotto, anch'egli subir la medesima sorte, come vuole la legge".
"Possa io non dover mai assistere alla sua morte", replic Galvano. "Come puoi parlare cos, Galvano?", replic Art. "Non hai motivo di difendere Lancillotto. La scorsa notte egli ha ucciso tuo fratello Agravain e ferito Mordred e
altri due cavalieri morti nello scontro erano tuoi figli". "Mio signore, lo so e mi addolora, ma avevo avvertito i miei fratelli e miei figli di ci che sarebbe accaduto e poich non hanno voluto agire secondo il mio consiglio, non chieder vendetta per la loro morte, che loro stessi hanno cercato". Detto ci, Galvano incroci le braccia sul largo petto e fiss Art intensamente.
Cos Ginevra fu giudicata e condannata dal suo sposo, re Art. Quando il giorno del supplizio giunse, nel grande cortile di Camelot fu allestita una pira. Nella sala del trono, Art chiese a Galvano che fossero i cavalieri di Lothian e Orkney ad accompagnare la regina al rogo, dove ella avrebbe udito la sentenza e ricevuto la pena. Galvano si rifiut: non voleva avere alcuna parte in quella condanna a morte, disse e Mordred, aggiunse con una risata beffarda, era troppo debole per partecipare. Gareth e Gaheris, i fratelli pi giovani, non potevano sottrarsi se il re glielo ordinava, ma anche loro avrebbero preferito non assistere a quel tremendo spettacolo.
"Signore", disse Gareth, "noi andremo se tu lo comandi ma contro la nostra volont. Se andiamo, non porteremo n armi n armatura".
"Andate allora. Preparatevi, perch la condanna sar presto eseguita", disse re Art. Galvano lasci la sala col volto contratto in una smorfia di angoscia.
Nel cortile, molti degli astanti piangevano ma sul viso di Ginevra non scorreva una lacrima. Camminava, pallida ed eretta, tra Gareth e Gaheris. A un loro cenno, si ferm e in silenzio lasci che le sue dame le levassero il velo e le sciogliessero i capelli, poi le tolsero il mantello, la sopravveste e la veste, finch rimase vestita solo di una sottoveste bianca. Quando la issarono sul mucchio di fascine, la regina non oppose resistenza ma spontaneamente alz le braccia per accogliere le catene che l'avrebbero avvinta al palo.
In quel preciso istante, il suono di un corno da caccia echeggi acuto e forte sopra i tetti e intorno alle torri. Un'orda di soldati armati di tutto punto e in sella a possenti destrieri piomb nel cortile con le spade sguainate, lanciando grida di battaglia. Alla loro testa si distinguevano il cavallo bianco, l'armatura e lo scudo con l'insegna rossa e argento di Lancillotto del Lago.
La battaglia dur solo alcuni istanti. Gran parte della gente riunita nel cortile, come Gareth e Gaheris, era disarmata e oppose scarsa resistenza. Lancillotto fugg via al galoppo tenendo stretta tra le braccia Ginevra, i cui capelli sciolti formavano una scia luminosa. I suoi soldati lo seguirono, lasciando sul selciato del cortile di Camelot numerosi morti e feriti e i cadaveri di Gareth e Gaheris, con le teste spaccate in due fino al mento.
Quando ser Galvano li vide, lev le braccia al cielo e diede un lungo e acuto urlo di dolore. "Chi ha fatto questo?", grid. Un paggio gli rispose che Lancillotto aveva ucciso i due giovani a sangue freddo.
"Non posso crederlo", disse Galvano. "Lancillotto non ucciderebbe un uomo disarmato".
"Signore, l'ho visto con i miei occhi", insistette il paggio.
Allora Galvano si volse verso Art e disse: "Sire, preparati alla guerra. Lancillotto ha ucciso i miei giovani fratelli, che erano sempre stati al suo fianco ed erano disarmati. Ora egli  il mio nemico, andr a cercarlo, e non gli dar tregua finch uno di noi due non uccider l'altro". Cos fu dichiarata la guerra che avrebbe diviso il regno creato da Art e distrutto i migliori cavalieri del mondo. Con Galvano al suo fianco, Art guid un grande esercito verso il nord, fino al castello di Joyous Garde dove Lancillotto si era rifugiato con Ginevra e i cavalieri che si erano schierati con lui. Art e i suoi uomini strinsero d'assedio la fortezza per quindici settimane. Lancillotto resistette. Gli antichi racconti su questo assedio narrano di astiosi scambi di battute tra Galvano, che gridava stando ai piedi delle mura e Lancillotto, che gli rispondeva a tono dalle merlature; narrano inoltre di sortite dal castello e di furiose battaglie all'ombra delle sue mura. In questi scontri, Lancillotto evit sempre di battersi col re che aveva servito e, in un'occasione, gli salv la vita. Bors aveva disarcionato Art con la lancia e lo teneva in scacco; alzata la spada per mozzargli il capo, aveva gridato a Lancillotto: "Signore, posso porre fine a questa guerra?"; Lancillotto per imped il delitto, smont da cavallo e si assicur personalmente che Art riuscisse a risalire sano e salvo sul proprio. Di fronte a quel gesto pietoso e cortese, gli occhi di Art si riempirono di lacrime. Galvano, per, non permise al re di cedere: nessun gesto cortese poteva placare la sua sete di vendetta. Cos quell'assedio micidiale e inutile prosegu, settimana dopo settimana, finch la notizia della guerra che infuriava in Britannia arriv anche al di l del canale della Manica. I narratori riferiscono che giunse fino a Roma, all'orecchio del Papa. Fu proprio il Santo Padre a porre fine al combattimento: invi in Britannia i suoi vescovi, a riferire a re Art e a Lancillotto che il regno di Britannia rischiava l'interdetto se Ginevra
non fosse ritornata dal re e la guerra non fosse cessata. "Ella pu ritornare, per conto mio", disse Galvano quando ud il messaggio dei vescovi, "Lancillotto l'assassino non deve rimanere a Camelot, se potr, lo uccider, in nome dei miei giovani fratelli defunti". Cos, un giorno di primavera, il corteo della regina avanz per la campagna fino alla fortezza di re Art a Carlisle. Lancillotto riport a casa Ginevra con tutti gli onori. Cento cavalieri vestiti di livree verdi cavalcarono al seguito della regina tenendo in mano ramoscelli verdi, in segno di pace. Lancillotto stava al fianco di Ginevra sul suo bianco destriero, come lei vestito di bianco e di oro. All'ingresso della sala del trono, egli smont da cavallo e aiut Ginevra a scendere dal proprio. Poi, tenendola per la mano, la condusse tra le file di cortigiani fino al trono e con lei si inginocchi dinanzi al re. Infine Lancillotto si rialz, invitando Ginevra a fare altrettanto e parl per entrambi: proclam l'innocenza della regina ed espresse al re la propria devozione, ricord le battaglie che aveva combattuto a fianco di Art e Galvano, parl della Tavola Rotonda, in cui aveva a lungo servito, poi fece la sua richiesta di pace, mentre l'immagine del glorioso manipolo di Art che Lancillotto aveva rievocato aleggiava sugli astanti silenziosi e commossi. Galvano, invece, non si lasci intenerire e, in piedi alla destra di Art, disse a Lancillotto: "Il re pu fare come crede, per uditemi bene: io e voi non saremo pi in pace fintanto che vivremo, poich avete ucciso i miei fratelli a tradimento e senza piet, li avete uccisi disarmati e per questo io li vendicher dandovi la morte".
"Avrei voluto che fossero armati, perch sarebbero ancora vivi. Galvano, io ho ucciso i tuoi fratelli inconsapevolmente, nella mischia, non li riconobbi. Tu sai che io amavo ser Gareth pi di un figlio: fui io a nominarlo cavaliere, pianger la sua morte per quanto avr vita e non per timore della tua vendetta ma perch era un uomo valoroso e leale. Per onorare il suo nome e per amore della pace io camminer scalzo, vestito solo di una camicia, da Sandwich fino a Carlisle, e ogni dieci miglia far costruire un convento, dove si celebreranno messe in memoria di ser Gareth e ser Gaheris, per riparare al male che ho fatto". L'offerta di Lancillotto fu accolta da un mormorio di ammirazione. Galvano disse: "Non dimenticher mai la morte dei miei fratelli e se mio zio, il re, sar d'accordo con voi, non sar pi il suo vassallo". Galvano abbass gli occhi. Lancillotto rimase in attesa.
Finalmente, Art scosse il capo, respingendo la proposta di pace del cavaliere che era stato per tanto tempo suo devoto servitore.
Allora Lancillotto si accomiat con cortese formalit. Baci la regina e mise la sua mano in quella del re. Le disse in modo che tutti potessero udirlo: "Signora, ora io devo allontanarmi per sempre da voi e da questa nobile compagnia e poich cos , vi supplico di pregare per me, come io pregher per voi e se mai doveste trovarvi insidiata da lingue bugiarde, mandatemi a chiamare. Se la mano di un cavaliere dovr proteggervi, quella mano sar la mia". Ginevra non rispose, rimase immobile accanto al trono mentre Lancillotto usc a grandi passi dalla sala. I suoi cavalieri vestiti di verde lo seguirono, lasciando Art per marciare con Lancillotto verso le sue terre in Francia. Mordred li guard partire sorridendo a denti stretti.
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7. GALVANO.
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Nei mesi che seguirono la partenza di Lancillotto per l'esilio, le armate di re Art si adunarono. Da Caerleon, Camelot, Bedegraine, Camelerd, Lyonesse e Tintagel, i vassalli di Art e dei suoi cavalieri arrivarono, obbedendo alla chiamata dei loro signori; guidate da comandanti che reggevano gli stendardi, lunghe file di uomini a cavallo avanzavano per la campagna britannica. L'avanguardia era costituita da nobili cavalieri, ognuno preceduto da uno scudiero che ne portava l'armatura; dietro di loro venivano soldati semplici a cavallo, compagnie di arcieri, carovane di muli da soma carichi di scorte. Tutti si diressero a Cardiff, il borgo sulla costa gallese e issarono tende dai colori vivaci accanto al castello di re Art. Nel porto poco distante erano ancorate cento navi. Il vento pungente che soffiava dal mare faceva guizzare le corone dorate effigiate sullo stendardo del sovrano: Art si aggirava tra le armate, silenzioso, col volto tirato e gli occhi spenti. In mezzo a quella folla, era avvolto da un manto di solitudine. Due uomini impartivano ordini per lui, cavalcando al suo fianco sotto l'aquila bicipite di Lothian e Orkney: Galvano, impaziente e pervaso da una collera a stento trattenuta e Mordred, pallido ma raggiante, e uso raccontare storielle volgari apprezzate dai soldati.
Mentre Mordred rimase in Britannia come principe reggente di suo padre Art, la grande flotta del re discese il canale di Bristol, costeggi gli erbosi promontori di Lyonesse e, veleggiando attraverso la Manica, approd in Francia. Qui le armate di Art avanzarono minacciose attraverso campagne e foreste, bruciando campi coltivati e alberi, raggiungendo infine Benwic, la roccaforte di Lancillotto, cinta da alte mura. Si accamparono sulla pianura davanti alla citt fortificata e, sotto gli occhi dei soldati nemici di guardia sulle torri, innalzarono terrapieni, costruirono le macchine da guerra: scale a pioli e piattaforme, che avrebbero usato per scalare le mura. Da Benwic non vi fu per alcun segno di risposta. Le sentinelle camminavano tranquillamente sopra le merlature, sorde alle grida di provocazione che si levavano dall'accampamento di Art; il portone di ferro della roccaforte rimase ben sbarrato. Dopo alcuni giorni, si apr cigolando. Una giovane donna a cavallo, scortata da un nano che
reggeva la bandiera bianca della tregua, discese lungo il sentiero che collegava
la roccaforte alla pianura. Un cavaliere, ser Lucan il Maggiordomo, prese le
briglie del palafreno della dama e la condusse attraverso l'accampamento, tra tende e cavalli legati alle mangiatoie, fino alla tenda su cui sventolava lo stendardo di Art. Il re sedeva sulla soglia, accanto a lui stavano Galvano e il fratello di Lucan, Bedivere, un vecchio e fedele soldato di Art che tuttavia, mesi addietro, aveva versato calde lacrime per la partenza di Lancillotto da Camelot.
La fanciulla rifer la proposta di pace di Lancillotto: egli sarebbe rimasto nelle sue terre di Francia, Art avrebbe tolto l'assedio e sarebbe tornato in Britannia.
" una buona proposta. Non voglio veder morire Lancillotto", disse Bedivere.
Re Art annu ma Galvano guard la messaggera con occhi furiosi, dilatati e foschi come quelli di un pazzo. I suoi baffi grigi erano intrisi di saliva e le sue mani, segnate dalle vene ingrossate, tremavano, si volse di scatto verso il re e disse: "Cosa decidi, mio signore e zio? Vuoi tornare indietro e lasciare che il mondo intero gridi all'infamia e alla vergogna dopo aver intrapreso un lungo viaggio per arrivare sin qui?". "Ahim", rispose Art mestamente, "ho davvero percorso tanta strada". Tacque, assalito dalla tristezza, poi continu: "Far come tu mi consigli, Galvano, poich l'onore me lo impone ma il cuore mi si spezza per l'immenso dolore, perci parla tu per me". Galvano si rivolse alla messaggera con voce aspra e stizzita: "Signora, dite a ser Lancillotto che spreca fiato ad appellarsi a Sua Maest mio zio, riferitegli che io, ser Galvano, gli mando a dire che vendicher l'assassinio dei miei fratelli; non me ne andr finch io non avr ucciso lui o lui me". La fanciulla lasci l'accampamento e torn alla fortezza col suo messaggio. Quella notte, i soldati di Art non dormirono e si prepararono alla guerra, portando le
scale a pioli sotto le mura di Benwic e raccogliendosi in ranghi serrati. Quando furono tutti riuniti, Galvano ordin ai suoi comandanti di schierarli sul campo di battaglia, da solo cavalc fino alla porta della roccaforte, possente e minaccioso nella sua armatura ammaccata e grid il nome di Lancillotto.
Sopra le mura, Lancillotto si affacci; il cavaliere francese aveva accanto gli altri uomini della sua famiglia.
"Dove sei, cavaliere falso e traditore che ti nascondi entro stanze buie e mura come un codardo? Vieni fuori e io vendicher sul tuo corpo la morte dei miei fratelli". Cos Galvano lanci la sua sfida; sopra le mura, i parenti di Lancillotto attendevano scuri in volto. Il codice d'onore della sua famiglia imponeva al cavaliere di battersi, non rispondere con le armi alle accuse lanciate da Galvano significava avvallarle e perdere l'onore; cos Lancillotto raccolse la sfida: disse ai suoi uomini che le parole di Galvano lo riempivano di amarezza e che per lui era giunto il momento di combattere contro l'amico della sua giovinezza. Gridando affinch i nemici potessero sentirlo, replic: "Mio signore Art, nobile re che mi facesti cavaliere, per l'affetto che ti porto mi dolgo che tu voglia combattermi ma sono stato fin troppo paziente e ora non sopporter oltre. Ser Galvano mi ha chiamato codardo e traditore, mi ripugna battermi contro un uomo che  tuo consanguineo ma sono costretto a farlo, per non continuare a sentirmi come un animale braccato".
"Bando alle ciance", ringhi Galvano. "Scendi in campo e poniamo fine alla vicenda". Galvano si allontan dalla porta e ridiscese verso la pianura. I soldati liberarono il campo di battaglia per far posto ai duellanti, mentre gli araldi andavano avanti e indietro per stabilire le regole della tenzone: nessun soldato doveva avvicinarsi ai due contendenti per difenderli o attaccarli, gli eserciti non si sarebbero dati battaglia finch uno dei due duellanti non fosse morto o non si fosse arreso.
La guarnigione di Benwic usc dalla citt fortificata, svelando che Lancillotto era davvero stato paziente: i suoi soldati erano numerosi, un esercito numeroso quanto quello di Art; si schierarono coi loro cavalli sul lato del campo di battaglia che i nemici avevano sgomberato. Immobili come statue, fronteggiarono i ranghi dei cavalieri di Art attraverso il grande spazio vuoto. Galvano prese posto ad un'estremit del campo; all'altro lato trott, solo, in sella a un cavallo da battaglia bianco con bardature d'argento, Lancillotto del Lago. Nel silenzio carico di tensione, un araldo diede inizio alla tenzone e i due avversari abbassarono le lance.
Quindi i due cavalieri si scagliarono l'uno contro l'altro: le lance cozzarono contro gli scudi e andarono in pezzi; l'impatto fu cos violento che i cavalli si accasciarono al suolo: soffiando e nitrendo, disarcionarono i cavalieri e poi si allontanarono trottando. In un lampo, i duellanti si rialzarono, con le spade sguainate e gli scudi a coprire i corpi. Galvano combatt con furia disumana, forte non solo della sua ira, ma anche di un misterioso potere donatogli forse da qualche divinit: la sua forza aumentava man mano che il sole saliva verso il suo apogeo e quindi, diminuiva dopo mezzogiorno. Cos terribili erano i suoi assalti, cos repentine le sue finte,
cos micidiali i suoi colpi, che non si riusciva a sfiorarlo.
Lancillotto, da soldato esperto e astuto qual era, combatt stando sulla difensiva. "Scansava i colpi e li parava", riferiscono gli antichi narratori, riparandosi con lo scudo, risparmiando le proprie forze e costringendo Galvano a dar fondo alle proprie. Poco dopo mezzogiorno, quando il sole inizi la sua lenta discesa, la misteriosa forza di Galvano cominci ad abbandonarlo. Il vecchio cavaliere vacill e Lancillotto prese a incalzarlo.
Attraverso la visiera, Lancillotto grid con voce reboante: "Signore, ho sopportato molto ma ora vi render la pariglia". Vibr un colpo ma la lama della sua spada fu prontamente deviata dallo scudo di Galvano, vibr un altro colpo e questa volta lo spadone fracass l'elmo dell'avversario, che cadde al suolo vomitando sangue. L'anziano cavaliere era alla merc di Lancillotto ma questi abbass la spada e si ritrasse sul bordo del campo di battaglia. "Perch eviti lo scontro?", sbrait Galvano. "Torna qui e uccidimi, giacch se mi riprendo morirai per mia mano".
"Voglio battermi con te, Galvano, non colpirti mentre giaci nella polvere", replic Lancillotto e zoppicando raggiunse i propri uomini e lo scudiero che teneva per le redini il suo bianco destriero. I soldati di Art soccorsero subito Galvano
e lo portarono nella tenda del re.
Gli eserciti rispettarono la tregua per tre lunghe settimane, durante le quali, dentro la roccaforte come pure nell'accampamento, i soldati non ebbero nulla da fare se non azzuffarsi tra loro senza troppa energia.
Tre lunghe settimane durante le quali i medici curarono la ferita di Galvano. La sconfitta subita e la dimostrazione di superiorit e di piet fornitagli da Lancillotto non scoraggiarono affatto l'anziano cavaliere scozzese; non appena fu in grado di reggersi di nuovo in sella, si ripresent alla porta di Benwic e torn a gridare la sua sfida a Lancillotto: vi fu un altro duello; di nuovo i due prodi cavalieri andarono alla carica. Questa volta la punta della lancia di Lancillotto si incastr nell'armatura di Galvano, sollevando il cavaliere dalla sella e persino il suo cavallo dal suolo. Galvano ricadde a terra insieme al destriero ma subito si rimise in piedi, imprecando.
Lancillotto allora smont da cavallo per affrontarlo con lo spadone.
Duellarono di nuovo, lenti e pesanti, per tutta una mattina e ancora, dopo che il sole, arrivato all'apogeo, inizi la sua discesa, Galvano vacill e Lancillotto lo colp con forza sull'elmo, piegandogli la testa di lato e riaprendogli la ferita. Galvano stramazz a terra privo di sensi. Lancillotto rimase in attesa appoggiato alla
spada, ansimando; dopo alcuni minuti, Galvano si riebbe e agitandosi grid: "Traditore, ancora non mi hai ucciso. Vieni qui e poni fine al duello".
Lancillotto, invece, rimase dov'era, fissandolo dall'alto. Con voce pacata, replic: "Non far di pi di quel che ho fatto, quando ti vedr in piedi, ti combatter, Galvano e ti combatter fino a quando sarai in grado di fronteggiarmi". Lasci il campo, mentre Galvano lo malediva gridando con tutto il fiato che gli restava.
Cos l'assedio prosegu: Lancillotto rimase dentro la roccaforte, chiuso nel suo silenzio, mentre Galvano di nuovo giacque nella tenda di Art, convalescente. Un giorno, riuscito a mettersi seduto sul suo giaciglio, ricominci a dire di volersi battere con Lancillotto ma un messaggero entr improvvisamente nella tenda.
Era un uomo piccolo, smunto, coperto di polvere per il viaggio e fetido per il sudore di cavallo. Salut Art e gli porse una lettera chiusa col sigillo reale. Trangugi avidamente una birra mentre Art scorreva la missiva e Galvano osservava distratto. Quand'ebbe finito di leggere, il re disse al messaggero: " vero ci che leggo qui? Che altro sai dirmi?". La sua voce era concitata, Galvano si fece attento.
"Sire,  vero. Mordred ha parlato ai cavalieri e ai cortigiani che sono rimasti a Camelot, giurando di aver ricevuto lettere che annunciavano la vostra morte e lo nominavano re.  un uomo scaltro, mio signore. Io stesso gli ho creduto, sebbene la regina dicesse che egli mentiva e mi ordinasse di venire da voi". "Che ne  di lei?", chiese ansioso Art.
"Sire, quando sono partito. Sua Maest era al sicuro. Ser Mordred diceva che ella doveva sposarlo, perch  la regina; senza di lei, non pu regnare e ha detto ai soldati che la desiderava. Ella ha finto di essere d'accordo con lui, poi  fuggita a Londra con i suoi servi e l si  barricata nella torre ma non pu resistere a lungo, signore. Ser Mordred e le sue armate stavano gi cavalcando alla volta della citt quando sono partito, sette notti fa".
"Mio Dio!", esclam Galvano dal suo giaciglio. "Desiderare la moglie del proprio padre. Mio fratello  un demonio". Diede una specie di vagito, un gemito di debolezza e di dolore, poi soggiunse: " stata la mia ira a portarci a questo punto". Solo il messaggero, per, lo ud, solo l'araldo vide la follia sollevarsi dai suoi occhi per lasciar posto all'amarezza. Il re era uscito dalla tenda e stava impartendo ordini. Le tende furono levate, l'assedio a Benwic tolto. L'esercito di Art cavalc verso la costa francese, ora era il re a dare gli ordini: Bedivere e Lucan cavalcavano al suo fianco, Galvano era nella retroguardia, sdraiato su una lettiga trainata da un cavallo.
Quando le navi del re giunsero in vista di Dover, fu chiaro che il messaggero aveva detto il vero riguardo alla forza di Mordred: gli arcieri erano allineati sopra le bianche scogliere, la spiaggia brulicava di uomini a cavallo, le cui armature scintillavano nel sole, sopra di loro sventolavano gli stendardi con l'aquila bicipite e navi da guerra presidiavano la costa: Mordred, che aveva spie ovunque, era stato avvisato dell'attacco del padre e cercava di impedirgli di sbarcare nel suo regno.
Tuttavia, non vi riusc; la battaglia fu combattuta nell'acqua bassa e sulla
spiaggia. Art, terrificante nella sua furia bellicosa, fu sempre alla testa dei suoi soldati che gli tennero dietro e costrinsero le forze di Mordred a ripiegare e infine a rompere i ranghi e darsi alla fuga arrampicandosi su per le scogliere, abbandonando i loro morti sulla sabbia rossa di sangue. Poi cal il silenzio, rotto soltanto dai lamenti dei feriti e dai gridi dei chiurli che volteggiavano tracciando spirali nel cielo, le navi di Art erano all'ancora, il re si spostava da un vascello all'altro, immerso nella schiuma del mare, cercando i suoi morti e soccorrendo i feriti.
Trov Galvano rannicchiato dentro una piccola galera, seminascosto tra le panche dei rematori. Il vecchio cavaliere scozzese era solo, il suo volto era livido, i suoi occhi chiusi, i suoi capelli e i suoi baffi sporchi del sangue che gli colava dalla ferita sulla testa. Art lo chiam ed egli apr gli occhi, ma rimase muto. Gli scudieri del re lo portarono sulla riva e gentilmente lo adagiarono su una macchia d'erba, oltre la sabbia insanguinata. Allora Galvano si pass la lingua sulle labbra e Art si pieg su di lui per udirlo. "Questo  il giorno della mia morte", disse Galvano.
Tacque per riprendere fiato e il re replic: "In te e in ser Lancillotto io riponevo la pi completa fiducia. Con voi due ora se ne va la mia gioia".
Galvano sussurr "Aspetta, zio. Per colpa mia e del mio orgoglio ti trovi coperto di vergogna e di problemi. Se Lancillotto fosse stato con te e lo sarebbe stato, non fosse per me, questa guerra maledetta non sarebbe mai iniziata. Io sono la causa di questo male". Chiese carta, inchiostro e un calamo per scrivere. Sorretto da Art, Galvano
scrisse una lettera che gli antichi narratori, colpiti dalla sua cortesia, ci hanno tramandato. Una lettera commovente scritta nel linguaggio dei cavalieri che, dopo secoli, possiamo ancora leggere:
A Voi, ser Lancillotto, il migliore tra tutti i nobili cavalieri che io abbia mai udito o visto nei miei giorni, io, ser Galvano, figlio di Lot di Orkney e della sorella del nobile re Art, mando i miei saluti, informandovi che nel decimo giorno di maggio io son stato colpito sulla vecchia ferita che voi mi causaste dinanzi alla citt di Benwic e per quella ferita son giunto al giorno della mia morte. E io desidero che tutto il mondo sappia che io, ser Galvano, cavaliere della Tavola Rotonda, ho cercato la mia morte, che non mi giunge per vostra colpa ma perch io stesso l'ho ricercata. Perci vi prego, ser Lancillotto, di ritornare in questo regno e visitare la mia tomba e recitare alcune preghiere, lunghe o brevi, per la mia anima. In questo stesso giorno in cui vi scrivo, sono stato colpito sulla ferita che ricevetti dalla vostra mano, ser Lancillotto. Non potevo essere ucciso da uomo pi nobile. Vi prego, ser Lancillotto, per il grande affetto che sempre vi fu tra noi, di non indugiare ma di traversare il mare coi vostri cavalieri quanto pi rapidamente possibile e soccorrere il nobile re che vi fece cavaliere, poich egli  minacciato dappresso da un traditore: il mio fratellastro, ser Mordred.
Galvano descrisse brevemente il tradimento di Mordred. Quindi, intinse nuovamente il calamo, non nell'inchiostro ma nel sangue della sua ferita, e prosegu: Questa lettera  stata scritta appena due ore e mezzo prima della mia
morte, scritta di mio pugno e sottoscritta col sangue del mio cuore. Perci
prego voi, il pi famoso cavaliere del mondo, di visitare la mia tomba.
A questo punto, Galvano diede un sospiro e lasci cadere il calamo; pos il capo contro il petto di Art; con un cenno, il re chiam un messaggero e gli consegn la lettera. Poi aspett; di tanto in tanto, Galvano parlava, invocando flebilmente il nome di Lancillotto e il re annuiva. Poco dopo mezzogiorno, Art pos il capo di Galvano sull'erba: il cuore del prode cavaliere aveva cessato di battere.
Il suo spirito, per, viveva. L'esercito di Art spinse le armate di Mordred verso occidente, su una vasta pianura non lontana dal mare. Qui i due eserciti si accamparono, nella calda notte primaverile, Art passeggiava insonne, mentre i fuochi di guardia delle forze di Mordred brillavano in lontananza; gli antichi narratori riferiscono che quando finalmente Art riusc a prendere sonno, sogn una buca profonda piena di serpenti, in cui era caduto gridando. Destati dal grido, gli scudieri che dormivano su pagliericci nella sua tenda lo svegliarono dall'incubo. Per il resto della notte, Art giacque con gli occhi sbarrati mentre le sentinelle fuori dalla tenda chiamavano le ore e i cavalli legati alle mangiatoie fremevano e scalpitavano.
Poco prima dell'alba, si mise a sedere: davanti a lui era comparso Galvano, vecchio e curvo, col viso contratto in un debole sorriso.
"Benvenuto, nipote!", grid Art. "Ti sei risvegliato dalla morte?". Galvano scosse il capo. "Se domani combatterai, morirai. Io lo so. Devi attendere Lancillotto, che arriver dalla Francia. Fa' pace con Mordred. Rimanda la battaglia e allontana il fato". Ci detto, scomparve. Sul pavimento della tenda, gli scudieri dormivano tranquilli ma Art aveva visto e sentito.
Risoluto come negli anni della sua giovinezza, Art decise di mutare il corso del destino che lui stesso aveva avviato, molti anni addietro, quando aveva osato sfidare i demoni. Alle prime luci dell'alba, radun i suoi soldati e rifer loro le parole dello spettro, mand alcuni emissari all'accampamento di Mordred e rimase in attesa, guardando la pianura. I messaggeri tornarono con una breve risposta: Mordred avrebbe incontrato suo padre in mezzo al campo, ognuno di loro sarebbe stato scortato solo da quattordici cavalieri. Gli eserciti sarebbero rimasti distanti, alle loro spalle e nessuno avrebbe dovuto toccare le spade. Nel pomeriggio di quel giorno di primavera, mentre il sole batteva sulla pianura, gli eserciti si misero in posizione ai bordi del campo. Quando l'araldo diede il segnale, i due manipoli uscirono dai ranghi, uno sotto lo stendardo con l'aquila bicipite, l'altro sotto quello con le corone. Art e Mordred si incontrarono in mezzo alla pianura. I soldati che li scortavano smontarono da cavallo in silenzio e i due uomini si misero uno di fronte all'altro. Sul campo intorno a loro, tutti tacquero. In quell'immenso silenzio, si potevano udire persino i cigoli delle armature e il suono dei campanelli delle briglie. Da un boschetto ai bordi del campo, echeggi il verso di un cuculo. "Bene, padre", disse Mordred col suo solito ghigno; certo di trovare il re vulnerabile, non si disturb a mascherare il suo disprezzo. "Cosa avete da offrire? La regina?
Sembra che i letti degli uomini giovani le piacciano". Una vena puls sulle
tempie di Art ma egli non perse la calma. Disse soltanto: " scritto che oggi io e te moriremo, Mordred, se non troviamo un accordo". Fu una mossa astuta. Di fronte allo sguardo fermo del padre e alla sua voce risoluta, Mordred fece un passo indietro. Art parlava con autorit. Allora Mordred alz le spalle e chiese "Ebbene?".
"Tu governerai la Cornovaglia e il Kent fintanto che io vivr e alla mia morte avrai tutta la Britannia. Dopo tutto, sei sangue del mio sangue".
Mordred si volse per consultarsi coi suoi cavalieri. Dopo alcuni istanti, disse: "D'accordo". Sorrise a denti stretti e tese la mano al padre.
Proprio in quel momento, un uomo grid; con la coda dell'occhio, Art vide il guizzo di un Serpente a bocca spalancata e il bagliore di una spada che
usciva dal fodero. 
Per quei soldati pronti alla guerra, quel gesto bast a scatenare l'inferno: i cavalieri che scortavano Art e Mordred istintivamente sguainarono le 
spade, prontamente imitati dai soldati schierati ai bordi del campo. Subito le trombe suonarono la carica.
La battaglia fu tremenda. Ora dopo ora, per tutto il pomeriggio, le armate caricarono, ripiegarono e poi caricarono ancora. Molti cavalli inciamparono sui corpi ammucchiati sulla pianura insanguinata, sbalzando i loro cavalieri dalla sella. Art combatt senza posa, sorretto dalla furia dell'uomo tradito. La luce si affievol, le cariche cominciarono a diradarsi e infine cessarono. Allora, mentre l'ira che l'accecava lo abbandonava, Art vacill e alz gli occhi. Tutto intorno a lui giacevano i soldati dei due eserciti, i corpi spogliati di ogni dignit, le teste spaccate, i volti sfigurati, le armi protese inutilmente nell'aria, i pugni serrati sul nulla. In mezzo a loro giacevano cavalli
feriti a morte. Accanto a re Art, solo tre uomini si muovevano. Due erano suoi cavalieri: Bedivere e suo fratello Lucan, che avevano combattuto al suo fianco tutto il giorno. Erano feriti ma vivi e invocarono il suo nome. Dall'altra parte del campo, in piedi su un mucchio di corpi scomposti, appoggiato pesantemente alla spada, stava Mordred, il figlio di Art, il seme della discordia. Il suo volto era stanco e sudato ma guardava Art sorridendo trionfante. "Dammi la lancia", disse Art a Lucan. Il cavaliere scosse il capo. "Sire, abbiamo vinto questa battaglia", replic.
"Ora andiamo via e poniamo fine a questo giorno maledetto, non sfidate ancora il fato, potreste trovare la morte". Per tutta risposta, il re afferr una lancia, la sollev e, con un grido di rabbia, si lanci contro il figlio. La punta della lancia si infil nell'addome di Mordred che vacill ma non cadde n lasci la sua presa sull'elsa della spada. Fiss il padre negli occhi e, mentre Art restava immobile stringendo la lancia, si spinse sull'arma finch questa gli spunt quasi per intero dalla schiena e l'impugnatura gli si ferm sulla ferita. Poi, con inesorabile precisione, lev la spada in alto e la vibr lateralmente sull'elmo di Art, di modo che la lama fendesse la maglia di ferro e il cranio, penetrando fin nel cervello, poi, ancora infilzato sulla lancia, si accasci al suolo. La lancia scivol via dalle mani inerti di Art, che pure stramazz. Per alcuni, interminabili momenti, il re rimase immobile.
non era morto; quando ser Bedivere si pieg su di lui, apr gli occhi e chiese "E ser Lucan?". "Sta morendo, Sire".
Art disse "Questa  la ferita che mi uccider. Portami in un luogo dove io possa sentire il mare". Quando Bedivere lo sollev, il re svenne, ma il suo respiro affannoso non cess. Un po' sollevandolo, un po' trascinandolo, Bedivere port Art su un poggio che sorgeva tra uno stagno di acqua dolce e la riva del mare e lo adagi sull'erba, sotto un albero. Qui Art rimase quieto, con gli occhi chiusi, mentre le onde mormoravano e la luce del sole si spegneva. Bedivere rimase seduto accanto a lui, guardando la luna sull'acqua e ascoltando i richiami soffocati e i fruscii che, dal campo di battaglia, il vento portava Fino alle sue orecchie. Art apr gli occhi e disse "Cos' questo rumore?".
"Sono i saccheggiatori", rispose Bedivere. "Stanno spogliando i cadaveri dei soldati e uccidendo chiunque ancora respiri. Accade sempre, dopo le battaglie". Art annu poi chiuse gli occhi e per tutta la notte parve dormire, vegliato da Bedivere.
Alle prime luci dell'alba, Art si dest. Guard il sole che sorgeva e disse "Questo  il momento. Prendi la mia spada Excalibur e gettala nello stagno. Deve ritornare a coloro che l'hanno forgiata". Bedivere slacci lo spadone dalla cintura di Art e si allontan portandolo con s. Quando torn, il re disse: "Dimmi cosa hai visto".
"niente, signore, se non vento e onde". "Bedivere", replic Art, "rendi la mia spada ai demoni". "Ma  la spada che vi fece conquistatore e re. Perch dovremmo renderla? L'ho nascosta in un luogo sicuro". "Obbedisci al mio ultimo comando", disse Art. Con riluttanza, Bedivere si allontan e di nuovo torn, riferendo di non aver visto altro che vento e onde. La terza volta che Art glielo chiese, Bedivere esaud la sua volont. "Signore", disse sussurrando, "ho lanciato la spada sull'acqua.
Una mano  spuntata dallo stagno e l'ha afferrata per l'elsa. Ha spinto in su Excalibur tre volte, come in segno di vittoria e poi  scomparsa". Allora re Art disse " tutto a posto. Vedi, anche ora si disturbano a venire da me". Bedivere sussult e fece un segno di scongiuro: in cima al poggio, tre donne alte, con scintillanti corone d'oro, camminavano sull'erba trascinando le loro lunghe vesti. Una aveva quasi la consistenza di un corpo mortale e i lineamenti della fata Morgana. Le altre due figure tremolavano nella luce del sole, apparendo e scomparendo. Intorno a loro, altre figure rilucevano, trasparenti come spiriti, alcune mani comparvero tra rami di alberi, stringendo un oggetto d'oro che somigliava al Sacro Graal. Sulla riva del mare, un vecchio vestito di nero si muoveva ondeggiando come se fosse in bala del vento, aveva la barba bianca e le mani lunghe del mago Merlino e teneva il capo chino per prestare orecchio a una creatura sottile che tremolava al suo fianco. Morgana si inginocchi accanto ad Art. "Fratello, gli spiriti ti aspettano", disse. "Ora abbandonati nelle loro mani, poich il destino che mettesti in moto nella tua giovinezza si  compiuto". Art guard Bedivere, era uno sguardo di commiato e di supplica. Il cavaliere accolse la richiesta: sollev Art, lo port sulla riva e lo depose su di una piccola imbarcazione a vela che fluttuava sulle onde. La spettrale compagnia si raccolse intorno al re e una voce acuta lev un canto nel vento; allora, mentre Bedivere osservava pieno di stupore, la barca vir, come sospinta dalla forza della luce del mattino e fece rotta verso occidente, veleggiando verso l'antico regno degli Spiriti, l dove sorgeva un'isola adorna di meli e sovrastata da un castello di vetro.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Si ringraziano le persone e le istituzioni qui di seguito elencate per il prezioso aiuto fornito nella preparazione di questo volume: lan Ballantine, New York City; Joanna Banham, Whitworth Art Gallery, Manchester, Inghilterra; A. K. Cooke, King's Arthur Hall Ltd., Tintagel,
Inghilterra; Clark Evans, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington D.C.; The Folklore Society, Londra; Henry Ford, Maas Gallery, Londra; Phyllis Ann Karr, Rice Lake, Wisconsin; Caroline Krzesinska, Assistant Keeper, Fine Art,
Cartwright Hall, Bradford, Inghilterra; Christine Poulson, Londra; Jane Revan, Assistant Keeper, Fine Art, Cartwright Hall, Bradford, Inghilterra; Justin Schiller, Mew York City; Robert Shields, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington D.C.
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FINE.